martedì, marzo 18, 2008

BOICOTTIAMO LE OLIMPIADI !

Boicottiamo le olimpiadi

ProgbiniNegli anni ‘80, si sono boicottate due edizioni delle Olimpiadi (Mosca 1980 e Los Angeles 1984), è possibile che nel 2008 nessun paese occidentale abbia il coraggio di prendere una posizione? La forza economica della Cina ha davvero tutto questo potere sui paesi che si definiscono democratici? Mi spaventa l’atteggiamento delle federazioni sportive di Belgio, Nuova Zelanda e Inghilterra, che pare faranno firmare un contratto ai loro atleti in cui si vieta di parlare o scrivere di ciò che non sia sport (con particolare riferimento ai diritti umani e alla situazione del Tibet) pena l’esclusione dalle squadre nazionali.

* Repubblica.it, 10/02/2008: “Atleti, niente politica a Pechino: contratto-capestro per gli inglesi“

* Corriere.it, 10/02/2008: “All’Olimpiade non criticate la Cina: un impegno scritto per gli atleti inglesi“

Mi piacerebbe sapere, dai nostri futuri governanti, cosa ne pensano: cos’ha intenzione di fare Veltroni, cosa dice la Sinistra che vorrebbe portare a casa nostra la salma di Stalin. Mi piacerebbe soprattutto sapere cos’ha da dire Berlusconi su un paese, questo si, comunista che il suo amico Bush ha appena riabilitato sul fronte dei diritti umani e sul fatto che la democratica Gran Bretagna metta il bavaglio ai suoi atleti.

La Cina è una nazione dove non esiste la libertà di stampa, di opinione e di informazione, ma in nome del business ce ne siamo fregati e abbiamo accettato che questa manifestazione sportiva si svolgesse lo stesso in uno Stato dove i diritti fondamentali dell’uomo vengono regolarmente calpestati. Scandaloso. Potremmo dare un bel segnale al regime cinese boicottando le olimpiadi. I popoli della Terra hanno il sacrosanto diritto all’autodeterminazione e alla piena autonomia e indipendenza. Chi pensa di imporre agli altri il proprio con la forza delle armi deve essere messo al bando della comunità internazionale. Fare le Olimpiadi mentre i cingoli dei tank cinesi schiacciano i pacifici monaci tibetani è un’insulto alla civiltà.

L’Italia non deve partecipare alle Olimpiadi di Pechino. I Giochi Olimpici sono bagnati del sangue dei tibetani. A Lhasa sono morte almeno 100 persone, alcune bruciate vive. Protestavano nell’anniversario della sanguinosa repressione cinese del 1959. Il buddismo non è una religione di conquista, non ha causato stragi secolari come le religioni monoteiste. Il buddista può essere ucciso, ma non uccide.

Il governo cinese minaccia nuove stragi se i tibetani non cesseranno le manifestazioni entro lunedì. Li minaccia a casa loro, in una nazione occupata. Minaccia un popolo costretto in gran parte all’esilio. Di cui ha distrutto i monasteri. Di cui vorrebbe cancellare l’identità con una immigrazione selvaggia. I tibetani sono uno dei popoli più pacifici della terra. Da decine di anni è in atto nei loro confronti un piccolo olocausto dagli occhi a mandorla, ma l’Occidente volta sempre la testa dall’altra parte.

In un momento come quello attuale, in cui sempre di più il mondo s’interroga sul senso della vita e sui valori che dovrebbero essere alla base dell’esistenza, il Dalai Lama e i monaci offrono una preziosa occasione per riflettere su cosa effettivamente siano la ricerca spirituale, la tolleranza, il rispetto per l’altro, la difesa dell’ambiente, l’armonia interiore. Le parole del Dalai Lama rappresentano una delle migliori difese contro i pericoli del fanatismo, della violenza, dell’integralismo politico e religioso. In maniera semplice e chiara l’Oceano di Saggezza, come viene chiamato dal popolo tibetano il Dalai Lama, parla al cuore della nostra umanità e ci indica la via per cambiare positivamente noi stessi e il mondo in cui viviamo…. aiuta tutti noi, al di là delle differenze di sesso, razza, cultura o religione, a essere donne e uomini migliori e a comprendere fino in fondo le ragioni della speranza, della serenità e della convivenza civile…..

E tutto ciò deve continuare ad essere…..

I blog che vogliono aderire al boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino possono ricopiare il logo che trovano nel post.

segnalo anche questa importante proposta: "TURN OFF PECHINO 2008"

Un grazie a Caramella Fondente e a Dicolamia hanno segnalato l'iniziativa.

domenica, marzo 09, 2008

CAMPAGNA ELETTORALE: COMINCIANO A VOLAR GLI STRACCI

Manca poco più di un mese alla tornata elettorale generale (più altre numerose ed importanti a livello territoriale) e i buoni propositi enunciati dai vari esponenti politici cominciano ad assumere un carattere barricadiero che può attrarre l’elettorato, ma che può precludere l’obbiettivo principale che è quello di vincere le elezioni politiche e soprattutto cercare di governare bene nell’interesse del paese.

C’è innanzitutto un gran battage pubblicitario che risalta la composizione delle liste elettorali, per forza di cosa scelte dalle segreterie dei partiti, quando va bene, o da pochi accoliti negli altri casi.

Nonostante la legge elettorale in vigore è ragionevole pensare che la corsa elettorale si limiterà a soli quattro partiti o raggruppamenti di partiti per cui sarà molto probabile uno scenario, ad urne chiuse, che presenti alla Camera una maggioranza comunque chiara e netta, mentre al Senato, dove i premi di maggioranza sono attribuiti su base regionale senza quindi recupero dei resti, sarà molto probabile una maggioranza molto esigua se non addirittura opposta a quella generatasi alla Camera.

Infatti gli auspici della opposizione uscente (e spero tanto, riconfermata ) di vincere a mani basse si sta dimostrando difficilmente realizzabile nonostante i tanto strombazzati sondaggi che hanno sostenuto per venti mesi la tesi che ben l’80% degli italiani era contro il Governo Prodi.

Questa prospettiva non deve certo far abbassare la guardia ai vari contendenti che devono continuare ad agire per cercare di vincere in modo inequivocabile e netto le elezioni, ma imporrebbe per lo meno, la strategia di impostare la campagna elettorale molto più sui temi da affrontare e sulle ricette per affrontarli; questo perché la sfera di cristallo non ce l’ha nessuno ed i giudici alla fine dei conti saranno comunque gli elettori italiani e se esprimeranno il loro voto senza particolari addensamenti sui partiti o coalizioni in lizza, non sarà facile trovare una soluzione di governo che in fin dei conti è quello che interessa all’Italia.

Si parla tanto di abbattere la marea montante di antipolitica, ma le leve di attrazione o di attenzione attivata da quasi tutti i partiti o coalizioni riguardano esclusivamente la solita tecnica che evidenzia “le pagliuzze” degli avversari piuttosto che proporsi di rimuovere le travi che sono davanti a tutti noi.

Sinistra Arcobaleno, Udc e La Destra hanno cominciato il gran battage contro i due presunti big – Pd/Idv e Pdl/ed altri - sostenendo che questi vorrebbero strozzare la lotta elettorale o sostenendo la primogenitura e conseguente diritto di rappresentanza ora degli operai, ora dei cattolici ora della destra.

Di programmi invece se ne vedono pochini e se emergono appaiono molto spesso strumentali, demagogici o antistorici.

Sinistra Arcobaleno si dichiara l’unica di sinistra in rappresentanza della classe operaia: nessuno nega che la classe operaia esista e sia un ceto sociale importante, ma in realtà questa classe vota anche in altri schieramenti, compresi quelli della destra sociale e questo schieramento raccoglierà, come avviene da tempo, voti anche tra insegnanti, impiegati pubblici e privati,tecnici, imprenditori che rappresentano la media e piccola borghesia.

La realtà sociale non è più quella di un tempo dove i ceti sociali erano 4 o 5 per cui impostare oggi la campagna elettorale su questi presupposti può essere un modo per attrarre interesse e voti, ma non certo la possibilità di poter governare in prima persona.

Udc e La Destra cercano di sottrarre consensi al partito principale perché non hanno voluto, giustamente, andar sotto padrone e per controbilanciare accusano oltre che il Pdl anche il Pd di voler fare la parte del leone, ma di poste veramente poche (forse, tra una parola e l’altra, qualche idea originale esce dall’ Udc).

Il Partito Democratico è forse chiaramente impostato sui programmi sulle priorità, ma dovrebbe avere coraggio fino in fondo illustrando per bene anche le ricette, fregandosene altamente di quanto va dicendo il principale avversario: è lapalissiano che i temi principali sono senza discussione quelli enunciati anche dal Pdl; la differenza sta proprio nel modo in cui affrontarli e risolverli !

In questo contesto il rinnovamento di strategia scelto da Veltroni riguarda anche l’approccio con gli avversari (non disdegnando qualche replica quando ci vuole) perché il cambiamento sta proprio qui:
se si imposta la radicalizzazione della campagna elettorale, successivamente, nei casi di comune convergenza su temi istituzionali e costituzionali, le acidità che si sono coltivate diventano come macigni, impedendo di attuare con serenità le modifiche necessarie e tanto sbandierate da tutti.

Il Pdl invece dimostra ancora una volta il suo avventurismo politico non tanto e soltanto perché non spiega il suo programma che intenderebbe sviluppare in caso di vittoria, ma perché punta su coup de theatre – nel 2006 a Vicenza e ieri a Milano con il lancio di carte strappate – per cercare consensi.

E non è tutto qui perché questo atteggiamento è comune anche agli altri esponenti o portavoce che sparano analisi veramente impervie (come Tremonti quando mette sotto accusa l’allargamento a Wto dei paesi emergenti) e singolari che spostano comunque le responsabilità sempre al di fuori del perimetro in cui hanno operato o intendono operare; le contraddizioni poi si sprecano come quando si afferma che una situazione economico sociale come la recessione è stata un attenuante al suo operato, mentre diventa una aggravante quanto governa un altro schieramento.

Oppure quando si attaccano le istituzioni finanziarie, interessate all’evasione fiscale, perché hanno patteggiato con gli evasori, mentre si è stati in passato i sostenitori di condoni fiscali generalizzati (tra le due azioni il risultato potrà ance essere analogo – soldi subito -, ma il messaggio morale è ovviamente diametralmente opposto).

Tornando al fatto di Milano è evidente che il confronto politico in campagna elettorale stà cominciando a scadere drammaticamente perché la platealità dimostrata dal candidato premier è soprattutto di cattivo gusto, indegna cioè di un possibile futuro Presidente del Consiglio.

Non si tratta quindi di sostenere comportamenti paludati, ma evidenziare la mancanza di bon ton, nascondendo in modo evidente l’assenza di un progetto politico, una analisi sul da farsi e soprattutto sulle ricette da attuare.

Denigrare “il nemico” può avere il suo peso immediato, ma può risultare molto spesso come un boomerang che affievolisce la propria credibilità politica; si è mai domandato il Capo del Pld che cosa ne pensa il suo elettorato di riferimento degli apprezzamenti reciproci scambiati pochi mesi fa fra gli esponenti del Centrodestra ?

Capirà il suo elettorato perché l’ectoplasma Fini/An contribuirà alla nascita del partito unico (che non è più una comica finale), mentre l’altro, Casini/Udc, se ne va per la sua strada, mentre in Sicilia - ritorna sui suoi passi - rialleandosi, con l’aiuto degli Autonomisti di Lombardo ?

L’avventurismo politico sta proprio qui: non nelle singolarità o nelle originalità che si possono esprimere in campagna elettorale, bensì nel cattivo segnale di coltivare un modo di far politica che solo a parole si dichiara di voler abbattere, mentre in realtà è la prosecuzione di quello che gli italiani non sopportano più.


giovedì, marzo 06, 2008

..ANCORA SULLA "SAPIENZA" e RATZINGER...

Progbpost (Su iniziativa di "Caramella Fondente" )

L'autore è CARLO DI CASTRO uno dei fisici più influenti dell'Università della SAPIENZA di Roma….lo pubblico perchè ne condivido il contenuto

Si può davvero pensare che una lettera di metà novembre 2007 di un gruppo di docenti al Rettore che riteneva incongruo l’invito al Pontefice ad intervenire durante l’apertura dell’anno accademico alla Sapienza per tenere, come allora prospettato, la lectio magistralis, ne abbia impedito la presenza il 17 gennaio 2008? La lettera rimasta inascoltata dal Rettore era stata da me archiviata da tempo, tanto che quando è riapparsa sulla stampa ne sono rimasto sorpreso. Ci si deve domandare perché è stato creato questo caso con una pressione mediatica al di là di ogni immaginazione. Considerare inopportuno un invito è ben diverso dall’impedire a qualcuno di esprimere le proprie idee. Come è stato dunque possibile che la nostra critica all’iniziativa del Rettore sia stata trasformata agli occhi dell’opinione pubblica in una violazione della libertà di parola e condannata come tale, nel coro unanime dei novelli difensori di libertà che arrivano a chiedere l’allontanamento dei reprobi dall’università? La scelta del Pontefice di annullare la propria visita può veramente essere attribuita alla nostra vecchia lettera e al nostro legittimo dissenso dal Rettore?

Detto questo ritenevamo allora e ritengo ancora che l’intervento di un Pontefice all’inaugurazione dell’anno accademico avrebbe avuto un alto valore simbolico di orientamento del sapere, in particolare con il presente Pontefice che non perde occasione per proporre valori non negoziabili e annunciare verità. L’insegnamento, la scienza, la ricerca, elementi fondanti dell’università, non sono compatibili con una verità precostituita. Tale separazione si pensava acquisita dopo un lungo e travagliato percorso storico. Già nel Medioevo Maimonide affermò che se le osservazioni naturali contraddicono testi religiosi, questi devono essere reinterpretati in accordo con i fatti. Si dice da più parti, non so quanto in buona fede, ma erroneamente, che i docenti avrebbero avuto la possibilità di interloquire, di dialogare. Certo se ciò fosse stato possibile, a nessuno di noi sarebbe venuto in mente di chiedere al Rettore di rinunciare all’invito e tanto meno di sottrarci al dialogo. Insegnare ai giovani ha sempre richiesto da parte nostra una grande attenzione al dibattito delle idee, prescindendo in ogni occasione dalle proprie convinzioni, in una faticosa costruzione di nuove conoscenze costantemente soggette a revisione all’apparire di nuove analisi e scoperte. Ben venga all’università, dunque, un confronto diretto con il Professor Ratzinger. Non è accettabile invece nell’università, all’apertura dell’anno accademico, l’intervento ex cathedra del Pontefice Ratzinger. Per lui parlano le sue encicliche ed i continui interventi del suo magistero (esaltati in continuazione dai media).

La conoscenza della natura non può essere condizionata dalla conoscenza di Dio. L’uomo è libero di investigare la natura fuori dal dogma. Scienza e religione non entrano in conflitto purché lette in modo corretto. Compito della religione è individuare gli scopi e le aspirazioni umane, ma essa non deve intervenire sul piano della conoscenza con tentativi di spiegazioni dell’incognito, né subordinandola alla concezione di un Dio salvifico, distributore di premi e di castighi presenti o futuri. Lo sforzo continuo della scienza, di tutte le scienze, è proprio di sottrarre la conoscenza alle illusioni. Il costante tentativo di ricomposizione razionale dei diversi aspetti della natura da parte degli uomini, liberi da dogmi, è alla base della ricerca scientifica. La paura dell’incognito è superabile attraverso la conoscenza delle leggi naturali e non certamente attraverso l’affrancamento dall’universo e dalle sue leggi con la “conoscenza” del Divino. L’incontro tra fede e ragione non può avvenire subordinando le scienze ad una conoscenza razionale più vasta e generale. Viceversa il Papa nel pur cauto discorso inviato alla Sapienza afferma che se “la ragione - sollecita della sua presunta purezza - diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita” Ciascuno di noi individualmente non è, e forse non deve essere, sordo al messaggio della fede ma questa dimensione della trascendenza non può essere appannaggio esclusivo di una struttura ecclesiale anche se maggioritaria e tanto meno può essere il verbo su cui basare l’inaugurazione dell’anno accademico di un’università dove la scienza e il sapere devono essere trasmessi senza aggettivi che li limitino e condizionino. Afferma Giancarlo Bosetti nell’introduzione a “Ragione e fede in dialogo” di Joseph Ratzinger e Jurgen Habermas (Marsilio editore 2005): “…il laico deve prendere atto che questa più ampia presenza del discorso religioso nella sfera pubblica corrisponde a un fenomeno sociale che ha profondità e motivazioni forti, non arbitrarie, il religioso deve prendere atto che questa espansione dei suoi progetti di uso pubblico della ragione lo costringe inevitabilmente a misurarsi con le regole laiche della democrazia e con i problemi di tolleranza e convivenza posti dalla pluralità delle religioni e delle culture”.La prova di forza a cui sono stati chiamati i fedeli ed i romani a Piazza San Pietro domenica 20 gennaio, la gogna mediatica riservata ai docenti dissenzienti dal loro Rettore, la corsa affannosa alla condanna e all’ingiuria per non incorrere nel pericolo di essere contaminati, indicano dove è la vera intolleranza, quella che non ammette idee discordanti. Altro che pluralismo di religioni e culture.

Carlo Di Castro


domenica, febbraio 17, 2008

LE “ELUCUBRAZIONI” DI GIULIANO FERRARA

Pur convinto che mantenere la stessa idea politica in un mondo che cambia, che si evolve, che si trasforma, possa essere una “comodità” che nessuno si può permettere, non ho compreso quali siano, realmente (non quelli dichiarate pubblicamente con pacatezza e candore) i motivi e gli obiettivi che Giuliano Ferrara ogni tanto sforna, quasi fosse un nuovo vaso di Pandora.

Certamente può lasciar sorpresi per questa “lunga marcia” chi lo ha visto attivista sin da giovincello nelle file del Pci a Torino (ed anche un po’ invidiato da molti che non avevano alle spalle una famiglia importante nella nomenclatura comunista non solo italiana), passare nel Psi craxiano e quindi, al suo disfacimento, nelle file del neonato partito di Berlusconi.

Pur ricordando che è sempre stato una mente fervida (si dice che al liceo i suoi quesiti a qualche docente facessero sorgere patemi più di quelli che venivano avanzati da qualche maoista) non penso possa spiegare questa evoluzione se non nel voler continuare ricercare un tema, una proposta, un quesito che scompagini la situazione e, necessariamente, lo mettano nuovamente sotto i riflettori.

Non condanno per principio, se è questo il caso, il protagonismo o il suo eccesso perché proporsi come protagonisti non è di per sé un grave peccato o difetto, solo nel caso in cui questo comportamento sia necessario per sviluppare e coinvolgere sulle proprie idee nuove, da porre necessariamente al servizio della comunità di cui si fa parte.

In questo senso soprattutto su La 7 mette al servizio della comunicazione e dell’informazione (anche se si comprende in poche parole come la pensa e quali sono i suoi obiettivi) questa sua estroversione, per cui anche non condividendo le sue posizioni appare utile ed interessante seguirlo.

Nell’ipotesi che si presentasse, come sembra, quale competitore per ottenere la poltrona di Sindaco di Roma, nulla da dire: sappiamo perfettamente come la pensa, sappiamo chi può rappresentare e sappiamo anche, qualora purtroppo vincesse, che la sua amministrazione non si potrà occupare del sesso degli angeli, ma di amministrare nel miglior modo possibile, nell’interesse di tutti, una metropoli che è la capitale d’Italia.

Quello che invece trovo in modo inequivocabile fuori luogo è la sua proposta di “moratoria sull’aborto” perché in questo caso non si tratta di una idea da sviluppare, complicata, ma reale, nell’interesse della comunità o di una parte di essa, nemmeno se lo facesse in nome e per conto dei bimbi mai nati.

Appare invece una elucubrazione estemporanea che, poggiando su un fenomeno che comunque socialmente ha una sua consistenza, sembra affrontare con eccessiva leggerezza un tema affrontato oltre 30 anni or sono e che ha prodotto dibattiti, anche duri e sofferti, ma anche una soluzione che a tutt’oggi appare del tutto accettabile (e certamente migliorabile come tutte le cose).

Sembrerebbe quasi volesse sollevare un polverone del quale non so dire assolutamente gli sviluppi poiché inserito in un contesto politico in cui i giochi sul tappeto sono ancor più ampi, compresi i rapporti religiosi che, solo in Italia, hanno un peso su tutta la società, politica compresa, ben più determinanti che altrove.

Inoltre il tema principale non è il miglioramento della legge 194 in vigore, ma butta il tema oltre lo steccato poiché propone la sospensione (come quella sulla pena di morte) della pratica dell’aborto, compreso ovviamente quello terapeutico !

La proposta è forte perché si sostiene implicitamente e conseguentemente che qualsiasi
concepimento non può nè deve essere interrotto, sino alla sua naturale fine, cioè la morte.

E allo stesso tempo una proposta velleitaria e nello stesso tempo speudo rivoluzionaria perché sembra voler saltare a piè pari tutte le problematiche, sociali ed operative con le quali occorre fare i conti.

Enunciare che la vita nasce al momento del concepimento, che è un momento anche d’amore fra la coppia, dice, e questo lui lo sa, una parziale verità ed appare una enorme forzatura, al pari di quelle messe in atto durante la” rivoluzione culturale” di Mao Tze Tung, quando, poiché le cinesi erano molte di più dei maschi e particolarmente prolifiche, avrebbe voluto esportarne 10 milioni negli Usa.

La questione della vita non può essere affrontata con questa superficialità con il sillogismo sulla moratoria della pena di morte: non centra proprio nulla !

Agli stati che praticano quest’ ultima non si chiede di annullare le sentenze, bensì di trasformarle in carcere a vita, più che sufficiente per punire, al giorno d’oggi, qualsiasi misfatto anche il più efferato (è un atto di civiltà, mentre l'interruzione della maternità non lo è).

Nel caso sollevato con tale “candore” da Giuliano Ferrara, non s’è capito se la proposta è per il momento, del tutto relativa al nostro paese o intendente estenderla sul resto del pianeta, perché in questo caso il velleitarismo aumenterebbe a dismisura, dovendo coinvolgere tutti gli stati, con culture, usi, costumi, tradizioni, religioni e regolamenti estremamente difformi.

Ma tornando alla questione di base, la scelta della maternità, vi è stato a suo tempo una lotta infinita su chi avesse titolo per decidere l’interruzione o la prosecuzione della maternità ed ora vorremmo introdurre una moratoria che farebbe decidere a terzi che la maternità deve comunque continuare ?

Per carità, nulla è immobile per cui tutto può essere ripreso in esame, ma alcuni principi, come quello non secondario, dei diritti (e doveri) individuali, non può essere in questo modo eliminato, sostituendolo con una entità, anch’essa giuridica che, immanente, lo sovrasti o lo annulli.

Ma tornando al tema, partendo dalla sua base, la vita, le dottrine delle principali religioni monoteiste coincidono o recepiscono quelle mediche, dove viene riconosciuto che la fase embrionale nella formazione di un essere umano termina con quella fetale (12ma, 13ma settimana) dove la formazione del corpo è completata, compreso il cervello, nel quale entrerebbe l’anima che attribuisce la qualità di soggetto, di individuo; ecco per cui viene posto questo limite per l’uso dell’aborto anche dalle principali religioni(a parte quello terapeutico che, per evidenti malformazioni, può essere praticato anche successivamente).

Le recenti divulgazioni della medicina riguardo alla possibilità di assistere i feti intorno alla 22ma, 26ma settimana sono stati presi inopportunamente (e strumentalmente) come base di discussione per l’aborto che può avvenire invece di norma almeno 10 mesi prima.

Il limite quindi è spiegato con motivazioni oltre che religiose anche giuridiche riconosciute dalla legge vigente (mi riferisco al codice civile in materia) per cui la legge specifica è del tutto coerente nel regolare l’uso dell’ aborto.

Voler imbrigliare invece in nuove norme si corre il pericolo di disattendere le dottrine suddette e scivolare su piani che vorrebbero passare per spirituali, ma che invece contengono inscindibile una materialità evidente, che anche nel passato remoto, nelle storia, è stata affrontata con usi e leggi che sbrigativamente affrontassero, con l’eliminazione sistematica, sia la nascita di figli non voluti, storpi o semplicemente discendenti di dinastie scomode o appartenenti ad etnie da combattere ed eliminare.

Intendo dire che se si salta a piè pari il diritto individuale di scelta e decisione (che non è certamente facile sia per gli aspetti fisici che psicologici) e se ne impone uno “collettivo” che va nel senso della moratoria, questo principio può in futuro essere usato, tranquillamente, con temi ed obiettivi diametralmente opposti, senza l’opposizione o la discussione di alcuno (una volta si sono date le fedi alla patria, poi il ferro ed infine…una guerra mondiale con milioni di morti civili e militari !).

La proposta appare singolare anche se invece ci si vuol comunque farsi carico del risultato derivante dalla sospensione dell’aborto: perché deve essere chiaro al Giuliano Ferrara che la collettività dovrà farsi carico di figli non voluti per innumerevoli motivi materiali (dagli “errori” agli stupri) o quelli, per fortuna limitati, fisici tenendo presente che in questo secondo caso già ora la struttura assistenziale pubblica mostra di non essere all’altezza del problema.

Mi si dirà: quanto a strutture e risorse si troverà il modo di trovarle e non può essere quindi un buon motivo per non creare ed applicare una nuova legge, ma mi sembra un po’ irresponsabile voler applicare regole di principio, per il solo gusto di costruirle senza considerare razionalmente il problema.

Ricordo soprattutto che il tema della maternità è un fatto troppo intimo e personale per poterlo imbrigliare con norme troppo grandi di quella in essere, che già cerca di regolare un problema con molta fatica (non vorrei essere nei panni e quindi decidere di chi si trovasse per i vari motivi suddetti nel dilemma di scegliere).

Se non vi sono quindi velleitarismi nascosti faccio un grosso invito a Giuliano Ferrara: usi la sua intelligenza ed il suo acume per altre cose, per altre battaglie (condivisibili o meno) che possano esser utili per la nostra comunità!

venerdì, febbraio 15, 2008

CHI SEMINA VENTO…

Nella Legislatura che si sta chiudendo anticipatamente, abbiamo visto una azione di governo che non ha potuto né saputo svolgere a pieno la sua guida per innumerevoli intoppi che hanno rallentato o inceppato un procedere sciolto ed efficace, anche quando, si trattava di progetti e realizzazioni che erano efficienti, ma che non hanno potuto esprimere pienamente i loro effetti.

Alcune sono state frutto di mediazioni estenuanti che hanno perso efficacia (penso ad alcune liberalizzazioni) ed altre, se pur impostate, poi si sono arenate nei decreti attuativi (penso a solo titolo d’esempio l’unificazione degli enti previdenziali).

Quel che è fuori di dubbio sono state le azioni di miglioramento del bilancio dello stato, mentre le azioni di politica economica, che il precedente governo non aveva per nulla toccato, non sono state attuate in modo efficace, per cui la situazione fiscale e reddituale di molti ceti economici, soprattutto quelli dipendenti, di sono inasprite.

La conseguenza è stata un sempre minor apprezzamento da parte dell’opinione pubblica, ingigantito però da una opposizione che non è stata in grado di svolgere il proprio ruolo in quanto si è limitata ad un semplice “fuoco di sbarramento”, auspicando ogni giorno che il governo Prodi cadesse, o affermando che il Presidente Prodi dovesse andare a casa e riempiendosi la bocca delle esigenze del popolo facendo salire oltre che il malcontento, magari perché qualche decisione andava a toccare qualche “casta” ( termine tanto di moda in questi mesi), anche una percezione di disagio che rischierà però di presentare un conto severo (brutto termine la percezione: significa letteralmente “avere l’impressione di …” : povertà, sicurezza, ecc).

Accanto a questo battage pubblicitario si sono aggiunti i risultati di continui sondaggi che davano in affondamento la coalizione di centrosinistra presso l’elettorato, ma hanno, implicitamente, comportato la disaffezione progressiva verso gli eletti, i quali da molti anni si sono ben guardati dal rimediare ad un malcostume non molto difforme, nella sostanza, a quello che emerse nella crisi del 1992.

La crisi di governo è arrivata repentina, senza aver modificato la legge elettorale di comune accordo e, mentre tutto sommato i partiti del Centrosinistra, pur non prevedendolo hanno cominciato un processo di aggregazione in qualche caso iniziato molti anni fa: la nascita del Partito Democratico ad ottobre 2006 e i primi incontri su “Cosa Rossa” nel gennaio 2008.

Ora, capendo che continuare ad utilizzare i criteri che hanno portato ad un bipolarismo ingessato, non può essere la strada per cercare di attuare le proprie politiche nell’interesse dell’ elettorato e del paese, questo processo si sta velocemente concretizzando anche se occorre dire che alcuni partiti sempre del Centrosinistra non sono stati sufficientemente attenti ai venti di cambiamento per cui forze come Radicali e Socialisti, portatori di peculiarità utili ed interessanti, rischiano, visti gli sbarramenti a Camera e Senato, di non ottenere adeguate ed utili rappresentanze.

A meno che non vi siano ripensamenti nei prossimi giorni è un vero peccato: i Radicali, a parte il tentativo fatto con la Cdl nella scorsa legislatura, sono sempre quelli della grandi battaglie civili del nostro paese, del referendum su divorzio e aborto e ( a parte Capezzone ) Emma Bonino si è dimostrata un ottimo ministro; Il Partito Socialista di Borselli, ancor di più, ha uomini e tradizioni incancellabili e non può contare più di tanto il desiderio di mantenere il proprio simbolo.

La proposta del Pd non è certo quella di voler annettere due partiti storici, ma fondere più preziose culture che contribuiscano allo sviluppo del nuovo partito; del resto occorre mettere definitivamente da parte la “sindrome da scissione” che la sinistra si porta dietro dal 1921 ed in questo anche i trangughi che si sono riuniti nella Sinistra Arcobaleno, penso l’abbiano capito.

L’ Italia dei Valori invece si è velocemente alleata al Pd con l’impegno di costituire un gruppo unico alle Camere e non escluderei una prossima fusione, visto che alla nascita del Pd avrebbero gradito far parte del processo di fusione.

Per i partiti del Centrodestra la situazione è molto più complessa perché alla base sta il fatto che le aggregazioni sono state pensate al vertice per molto tempo: già alle primarie del Centrosinistra per la nomina del leader e con la nascita dep Pd poi, si parlava di partito unico, ma è apparso più uno slogan; nel 2006 l’ Udc, visti i risultati con minimo scarto, cominciò a parlare di ricerca di nuovi assetti e nuovi progetti, ma la posizione del “primus inter pares” ha bloccato tutto sino a pochi giorni fa.

Il lancio di un nuovo partito è stato preannunciato tante volte, ma non risulta assolutamente che si siano iniziate trattative e studi per la nascita di un grande soggetto politico; sono queste operazioni assai delicate che devono poggiare certamente sui possibili risultati elettorali, ma la sensibilità sull’apprezzamento va sentita ogni giorno tra iscritti,associazioni, organizzazioni e non esclusivamente sui sondaggi che possono presentare magari risultati inaspettati.

I questo ambito il processo di aggregazione ha generato, come nel centrosinistra poco tempo fa, un processo di disaggregazione, in Fi, An e Ucd rendendo ora difficile il processo di riaggregazione.

Questa operazione è assai più complicata e meno comprensibile da parte dell’elettorato di riferimento e non sono sufficienti gli slogan programmatici del “leader maximo” per tranquillizzarlo.

An ha visto uscire anni fa la componente estrema che fa capo alla Mussolini, pochi mesi fa quella sociale di Storace per l’azione avvicinamento verso Fi (anche se interrotta temporaneamente con le dichiarazioni del predellino); l’Udc ha visto uscire Tabacci-Baccini da un parte e Giovanardi dall’altra sempre per effetto dell’avvicinamento "distanziato" da Fi ed ora è in mezzo al guado, indecisa se sostenere, solitaria, il proprio progetto politico o farsi aggregare in una operazione in cui poco crede.

Chi ha “sparato sul pianista” per tanto tempo si sta incartando con le sue stesse mani e l’ elettorato di riferimento rischia di non capirci più niente, anzi può capire sempre di più che tutte queste sono operazioni di semplice potere, poco fondate su programmi condivisi e convincenti, dove sembra contare sempre di più l’obbiettivo di raggiungere uno scranno che di poter attuare
un programma politico aggregante.

Questo unirsi e disunirsi può (lo spero tanto) presentare soluzioni poco piacevoli nel prossimo futuro: l’elettorato di centrodestra avrà forse il pelo sullo stomaco, ma come faranno Fi e An a giustificare al proprio elettorato una alleanza con la Mussolini; e quanto seguito avrà, a scapito di An, la destra sociale di Storace; nel caso di mancato accordo tra Udc e Pdl, che tipo di accordo potrà cercare con i transfughi della Rosa Bianca o con l’Udeur quando 10 anni fa erano insieme nel Ccd (non parliamo dei Diniani che cercano chiaramente una seggiola o le velleità del neonato partito di Bordon)!

Tutto questo lascia presagire che vi potranno essere risposte elettorali inaspettate, visto che la legge elettorale in essere premia il partito o la coalizione con la maggioranza relativa dei voti;
questo è spiegato dai minuetti che vediamo sul fronte del centrodestra dove questo pericolo viene chiaramente sentito, poiché, al di là dei sondaggi, sappiamo tutti che gli schieramenti in campo,nel loro complesso, si equivalgono sostanzialmente per cui una campagna elettorale sbagliata o alleanze incomprensibili (da parte dell’elettorato) potrebbero decretare vittorie inaspettate.

Se a questo aggiungiamo la creazione di liste smaccatamente pilotate, con seggi protetti per qualche transfuga, o per rappresentanti di piccoli partiti come una parte di repubblicani e socialisti, o per uomini o donne "civetta", ecco che il pericolo di disaffezione rischia di salire sensibilmente perchè l'attività politica sviluppata sulla contrapposizione ha come via i fuga putroppo quella più comoda: il non voto.

La cosa peggior sarebbe quindi, a riprova che non paga “seminar vento”, una ulteriore disaffezione da parte di una parte consistente dell’elettorato, che, diffidando degli schieramenti, non prenda nemmeno in considerazione i programmi (tanto sono tutti uguali, una volta al potere); questo sarebbe un vero dramma perché significherebbe che il partito o coalizione vincente sarebbe ancor più debole, politicamente (sostenuta da meno voti) e non potrebbe sviluppare, pur avendone i numeri parlamentari, alcuna grande riforma utile, non al potere ed ai partiti, beni al paese; si potrebbero innescare reazioni su qualsiasi iniziativa, rendendo ancor più ingovernabile il paese.


mercoledì, febbraio 13, 2008

OGGI PIU’ CHE MAI… ATTENTI AI VENDITORI DI FUMO !

Senza voler essere irriguardoso sull’intelligenza del corpo elettorale italiano, penso sia utile metterlo in guardia da tutte le enunciazioni che cominciano ad apparire – tramite i media – in questo primo scorcio di campagna elettorale.

Per la verità siamo ancora nella fase di preriscaldamento in quanto non sono ancora completamente definite le aggregazioni e le alleanze, imposte da una legge elettorale che impone premi e sbarramenti assai insidiosi che potrebbero portare a dispersioni di voti consistenti; sono operazioni assai complesse perché poggiano su iniziative specifiche (come quella di Ferrara) o su difficoltà di aggregazione sia politiche che di rappresentanza (la semplificazione in atto imporrebbe forti rinunce identitarie ed anche di poltrone).

In sostanza quel che non avrebbe fatto l’eventuale accoglimento delle proposte referendarie, ha fatto l’exploit del Pd di Veltroni ed il risultato, si spera, porti ad una reale semplificazione del quadro politico italiano.

Ma quello che più conta sono gli obbiettivi dei vari schieramenti che cominciano ad emergere, sui quali occorre fare molta attenzione anche se penso che una consistente parte dell’elettorato sia già schierato per storica affezione a questo o quel partito, o a questo o quel candidato.

La fetta di elettorato maggiormente determinante per il risultato finale è quindi costituita da quella che deve ancora scegliere schieramento e partito/i, che deve essere convinta, anch’essa, da proposte e progetti credibili e chiari, poiché in caso contrario, il risultato sarebbe una ulteriore diffidenza e scontento nel ceto politico e soprattutto una disgregazione sociale sempre più accentuata, che non consente ad una comunità di progredire economicamente e culturalmente ( non uso il termine popolo, abusato ripetutamente e ad arte soprattutto dagli esponenti di centrodestra !).

L’attenzione va quindi sulle proposte che devono avere senso compiuto perché come espresse in questi giorni sono solo slogan, buoni come specchietti per le allodole; questo vale per tutti gli schieramenti perchè qualche avvisaglia si è vista anche nelle manifestazioni del centrosinistra (a Spello, Veltroni ha parlato di meno tasse e maggiori retribuzioni, ma non ha indicato come questo obbiettivo può essere conseguito).

Oppure riemerge il tema del “tesoretto” sul quale qualcuno vorrebbe forzare la mano, ma che obiettivamente non è opportuno affrontare, sia perché non se ne conosce l’eventuale reale consistenza (e quindi l’effettivo impatto sulla finanza pubblica),sia perché apparirebbe anche ai beneficiati una mossa elettorale comunque irrealizzabile perché abbiamo un governo che può agire solo per l’ordinaria amministrazione (il centrodestra non darà mai per ovvi motivi il suo assenso).

Più credibile invece sarebbe dire che se le condizioni si avverassero la legge finanziaria consente, qualsiasi sia il governo futuro, l’attuazione di questa redistribuzione di risorse e che il merito sarebbe comunque del governo uscente !

Cercare appeal è certamente importante, ma credibilità e obbiettività innanzi tutto.

Nel centrodestra appare sempre più evidente che gli slogan si sprecano in quanto,quando si vuol cercare di dare una parvenza di spiegazione logica e plausibile, ecco che iniziano degli slalom che sollevano un po’ di polvere, ma che poi dimostrano impietosi la loro inconsistenza.

A ben vedere si dice tutto ed il contrario di tutto come quando si parla del recupero di evasione fiscale: da un lato si dice che questa “ha messo le mani in tasca degli italiani” aumentando la pressione fiscale, ma subito dopo si dice che il recupero di evasione in realtà è poca cosa; ma lo slalom non è finito perché si aggiunge che la lotta all’evasione ha spaventato gli italiani e soprattutto ha sottratto risorse per i consumi.

La prima parte è una evidente contraddizione, ma la seconda è di una gravità inaudita (oltre a non sapere di quanto denaro si sta parlando) perché rispolvera il vecchio concetto che le tasse vanno pagate se eque (quando equo è un concetto del tutto soggettivo non essendoci un criterio di misura unico e insindacabile)!

Inoltre si presume che le maggiori risorse derivanti dall’evasione fiscale sarebbero appannaggio dei ceti più ricchi e quindi più protetti dal carovita), non potendo ovviamente includere i lavoratori in nero che subiscono rapporti di lavoro per principio scorretti ed incivili.

Altro tema è l’ abolizione dell’Ici sulla prima casa che riguarda il 70% delle famiglie italiane: è una “operazioncina” da 10 miliardi di euro, ma non si dice assolutamente come e dove verranno reperite le risorse visto che tra l’altro è una tassa comunale !

La proposta diventa fumo perché tutto può essere: aumentare l’Ici sulle altre abitazioni, allargare la base imponibile sino ad ora esclusa oppure imporre ai comuni tagli alla spesa o il reperimento di risorse in altro modo; sarebbe comunque alla fine, se non chiarita, molto probabilmente una redistribuzione della tassazione sui contribuenti con un risultato complessivamente nullo, poiché aumentare (è la più logica) la quantità di soggetti tassabili creerebbe immediatamente una sollevazione popolare.

Anche la diminuzione della pressione fiscale è un bel cavallo di battaglia che trova tutti concordi, ci mancherebbe, ma se non si delineano almeno per capitoli in che modo e con che risorse questa può essere perseguita ecco che il fumo si alza ancora.

E’ fuor di dubbio che non si può toccare la spesa pubblica (visto lo stock di debito che ci portiamo sulle spalle da anni) per cui non resta che economizzare su di essa riqualificando il debito attraverso vari strumenti come una miglior organizzazione del lavoro utilizzando lo sviluppo informatico, la semplificazione delle procedure, aumentando efficacia e produttività ed agendo sulla occupazione.

Naturalmente a toccare quest’ ultimo tasto nessuno si azzarda perché solo a pensare al blocco del tour over, ecco che si rischia di perdere il vantaggio acquisito con la sola enunciazione di principio.

Sull’aumento delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti la solfa continua: innanzitutto vi è una differenza abissale in materia, perché il centrosinistra vorrebbe attuare una politica economica che consenta di aumentare le opportunità di lavoro meglio retribuito, mentre il centrodestra, sostenitore del più ampio liberismo, si limita a progettare azioni che si limitino ad aiutare chi non ce la fa.

E’ chiaro che sono due tesi antitetiche perché la prima mette il lavoro al centro dell’azione che consenta maggior ricchezza a lavoratori ed imprese e quindi nel complesso a tutta l’economia; mentre il centrodestra intenderebbe lasciare “le briglie al vento” affinché sia il mercato ad autoregolamentarsi e si limita ad intervenire solo sui singoli che rischiano l’espulsione, loro malgrado.

Su questo tema, quando si vuol dare una parvenza di logica e di strategia, se ne sentono delle belle quando, a difesa della concorrenza dei paesi emergenti, si invoca una coesione europea, magari protezionistica (ma allora che mercato globale è ?), spostando in la il problema perché è fuor di dubbio che l’unione europea poggia proprio sulle sue diversità economiche e politiche, con situazioni di bilancio parecchio difformi, per cui invocare interventi esterni ed univoci, sembra quasi voler abdicare alle proprie responsabilità, che possono pure creare qualche amarezza al proprio elettorato.

Ma ritornando all’enunciazione in premessa è evidente che non può essere usata solo la leva – per quanto possibile – di rimodulazione delle aliquote fiscali perché si ritornerebbe al problema di bilancio dello stato e allo stock del debito per cui una strada – se fiscalmente legittima – potrebbe essere quella di non tassare gli incrementi delle retribuzioni che non riducono così il gettito esistente (non vi sarebbe comunque contestualità tra le varie categorie).

Questo però non può bastare perché per troppi anni (e non negli ultimi due) le retribuzioni reali dei dipendenti sono rimaste al palo a differenza delle altre che sono invece cresciute in termini reali (ciò è confermato dal fatto che i prezzi al consumo sono aumentati in una economia che non cresceva);a giustificazione di tutto questo ricordo le uscite del precedente governo del tutto sconclusionate relative ad ipotetiche penalizzazioni derivanti da uno supposto sfavorevole rapporto di cambio lira-Euro, per cui è bene evitare di attribuire patenti di incompetenza o incapacità al prossimo.

Vanno attivate iniziative idonee all’innalzamento delle retribuzioni minime nei settori produttivi e nelle aziende che non possono realisticamente negoziare contratti aziendali (eliminando le retribuzioni ad personam in nero) e sviluppare nelle altre contratti di secondo livello che possano permettere le peculiarità di queste aziende.

Sul fronte delle tariffe occorre anche qui onestà intellettuale altrimenti si solleva solo fumo e non si trovano soluzioni efficaci, ma solo magari consensi che si possono tramutare ben presto in dissensi o addirittura in contestazioni piuttosto ruvide.

La realtà è che, a parte le tariffe legate all’andamento dei prezzi del petrolio, l’incremento delle tariffe è il risultato di azioni svolte dagli enti locali, che non volendo ridurre le spese generali, hanno scaricato sulle società di servizio le necessità finanziarie; questo meccanismo è stato inventato già nel precedente governo introducendo il limite del 2% all’incremento della spesa e solo quello uscente ha introdotto il principio della riduzione dei capitoli di spesa.

Anche la liberalizzazione subito delle municipalizzate deve essere accompagnato da uno stretto controllo delle tariffe applicate (non essendo semplice favorire la nascita e crescita di competitori che le calmierino) altrimenti ci ritroveremo in situazioni come quella della Società Autostrade spa dove, comunque ogni anno, il suo aumento l’ottiene o come quelle molto abusate in cui molti concorrenti si accordano su prezzi e tariffe, mandando a quel paese la libera concorrenza.

Sull’aumento della tassazione delle rendite finanziarie il fumo si spreca: riemerge una vecchia diatriba del 1986 quando fu introdotta la tassazione progressiva (prima 6,25% e poi 12,50%) dei titoli di stato che rischiò di provocare un terremoto, ma che terremoto poi non fu; l’unificazione sotto una aliquota unica oltre che di equità è motivo di coerenza con il costo di altri fattori economici come il lavoro ed il capitale e, soprattutto, di semplificazione evitando così il “gioco” della finanza speculativa su trattamenti fiscali differenti (ricordo la non tassazione dei titoli esteri che portò nel 1992 all’esodo dei capitali e ad una crisi economica e finanziaria che fece uscire l’Italia dallo Sme).

Terrorizzare (o cercare di terrorizzare) l’opinione pubblica per mero scopo elettorale sostenendo che si ridurranno i rendimenti dei Bot sottoscritti dalle povere vecchiette è estremamente grave, soprattutto detto da soggetti che magari sono stati pure Ministri dell’Economia in questa repubblica perché innanzitutto i titoli di stato colpiti dalla nuova ritenuta alla fonte saranno solo quelli di prossima emissione; inoltre questa manovra non verrà necessariamente digerita dagli investitori in quanto la maggior o minor sottoscrizione di questi titoli avviene a tassi netti (per l’erario è una partita di giro quindi); infine si nasconde il fatto che la ritenuta alla fonte scatterà da subito sui depositi a risparmio, in conto corrente e postali che hanno una aliquota più alta della nuova ipotizzata.

Concludendo, anche se di esempi ne potranno emergere chissà quanti, di fronte a questi primi fumi, sarà bene “star su con le orecchie”.

lunedì, febbraio 11, 2008

CHIACCHIERE E FATTI

Nella recente crisi parlamentare che ha portato alle elezioni anticipate, si è chiacchierato molto sulla modifica della legge elettorale definita dagli stessi promotori una porcata, ma in realtà a parte il tentativo di Veltroni di proporre una nuova legge, si è continuato a chiacchierare perché non vi era alcuna volontà ed interesse se non quello delle elezioni anticipate.

Infatti alcuni partiti pur sostenendo la volontà al cambiamento poi in realtà non disdegnavano il sostegno al referendum modificativo (An), peraltro del tutto legittimo, ma non adeguato a modificare efficacemente la legge in corso.

Altri pur sostenendo a parole la disponibilità a cambiarla, nello stesso tempo sostenevano che comunque è una buona legge (Fi).

Tutte queste chiacchiere nascondevano comunque una verità incontrovertibile: il progetto del bipolarismo è fallito perché, soprattutto per effetto della legge in vigore, si sono venuti a creare, soprattutto nelle due ultime legislature, un guazzabuglio tra i due schieramenti che non consentivano governabilità effettiva, nonostante l’abilità e la determinazione nel governare di uomini come Prodi.

La legge attuale prevede alla Camera un premio di maggioranza che venga attribuito alla coalizione (o al partito) che prenda più voti, superando però comunque il 10% ed i singoli partiti devono superare lo sbarramento del 2% se in coalizione ed il 4% se da soli.

Al Senato, dove l’elezione avviene costituzionalmente in rappresentanza regionale (per cui i resti regionali non possono essere utilizzati insieme agli altri per l’assegnazione dei seggi previsti pari a totali 315) oltre allo sbarramento minimo del 10% di coalizioni e partiti, esiste lo sbarramento del 3% per i partiti coalizzati e l’8% per chi concorre da solo.

Il risultato, con questa premessa, è stato il ricorso in modo spasmodico più sulla ricerca della alleanza più ampia e meno sulla convergenza politica, per cui la limitazione della legge ha mostrato il conto.

In questo ambito vi sono schieramenti come quello di centro sinistra (depurato di alcuni partiti) che ha sostanzialmente lasciato perdere le chiacchiere ed ha puntato con decisione alla stretta aggregazione politica e di programma (restano ancora indecisi in queste prime fasi Socialisti, Radicali e Italia dei Valori), ma è incontrovertibile che non vi è alcun interesse a ricercare le più larghe convergenze possibili per poi non far nulla.

Può sembrare una iniziativa temeraria e autolesionistica, ma in effetti si vuol snobbare in sostanza la legge attuale, dando seguito con i fatti al cambiamento auspicato con le tante discussioni improduttive dei giorni scorsi.

Procedendo per aggregazioni politiche e di programma, saranno i risultati a produrre solide alleanze, aiutati, questo si, dal fatto che vi potranno essere interferenze di piccoli partiti che visto le soglie di sbarramento non avranno (almeno in teoria) rappresentanze.

Sul fronte del centrodestra con le presentazioni ad effetto si continua con le chiacchiere poiché non possiamo considerare nuovi fatti come la nascita del Pdl che non è un partito visto che quello unico tra Fi e An avverrà dopo le elezioni (sic!), non ha un programma politico coeso per effetto di matrici politiche diverse (penso al localismo della Lega, contro lo statalismo di An), ed utilizza la formula degli “indipendenti” in lista, che indipendenti non sono visto che rappresentano veri e propri partiti politici piccoli (penso ai vari La Malfa, De Michelis, Rotondi, Dini).

Se si pensa poi ad altri partiti ( come quelli di Storace, Mussolini) che potrebbero confederarsi, la fragilità politica aumenta.

A dimostrazione che è un cartello elettorale, dov le linee politiche si annacquano, aggiungo che altri non hanno ancor deciso sul da farsi perché da un lato corrono seri rischi – a meno che non conseguano exploit imprevedibili - di non raggiungere e superare gli sbarramenti (l’Udc avrebbe problemi al Senato e l’Udeur sia a Senato che Camera), mentre dall’altro dovrebbero accontentarsi di essere inseriti come semplici “indipendenti”, rischiando un abbaccio soffocante che ridimensionerebbe le loro peculiarità poliice..

Quanto alla Rosa Bianca è orientata ad attuare i fatti (in realtà gli esponenti di chiacchiere ne hanno fatte ben poche), ma con gli sbarramenti suddetti dovrebbe “rosicchiare” consensi parecchio alti per ottenere eletti.

Siamo alle prime battute e quindi si parla ancora poco di programmi sui quali i partiti verranno esaminati e giudicati, ma è certo che già ora si delineano in modo chiaro le linee politiche e speriamo programmatiche, di chi vuol innovare e cercare soluzioni di governo più avanzate e chi invece pensa di cavalcare le chiacchiere, ancora una volta, confidando sull’ appeal mediatico, sugli slogan, sulle promesse, su contratti con gli italiani.

Staremo a vedere.