mercoledì, dicembre 21, 2011

RIFORMA DEL LAVORO: BUON SENSO, CONTROLLO ED EQUITA'

Va premesso che nella storia repubblicana d'Italia la Sinistra, il Centrosinistra e i Sindacati non si sono mai rifiutati di adeguare ai tempi i rapporti di lavoro, pur sostenendo con forza i propri contributi  posizioni.
Mi riferisco a fatti storici e fondamentali come gli accordi sulle Pensioni del dicembre 1969 ed al patto di stabilità del 1993 concertato sotto la direzione dell'allora Presidente del Consiglio Carlo Azelio Ciampi.
Quando invece parte del Sindacato ha cercato una concertazione a tutti costi con Governi di Centrodestra questi si sono risolti in una solenne buggerata come quelli avvenuti nel primo decennio di questo secolo.
Il perchè è presto detto: nel primo caso le convergenze si sono create pechè vi era soprattutto dalle parti direttamente interessate la diponibilità ad ascoltare le ragioni delle controparti, contraccambiate da altrettanta disponibilità al dialogo e alla ricerca di un punto di sintesi.
Nel secondo caso invece le maggioranze di Centrodestra sono state animate molto poco da questa disponibilità tanto che la situazione della struttura del mondo del lavoro si è deteriorata a tal punto che per valori assoluti delle retribuzioni e per la loro instabilità ci troviamo oggi un paese che cresce molto poco e si sta arenando sempre di più nelle secche di una economia bloccata se non addirittura  recessiva.
La ricchezza di un paese è prodotta da investimenti non solo monetari ma anche culturali e tecnologici sul capitale (e quindi l'impresa) e sul lavoro.
Nonosante l'ampia apertura di credito patrocinata da governi di Centrosinistra per creare flessibilità nel mondo del lavoro, molte imprese hanno gettato al vento questa grande opportunità ed oggi ci troviamo di fronte ad una situazione veramene complicata e grave.
Si è creata una enorme dicotomia tra il Lavoro  e l'Impresa poichè da un lato la scarsa natalità e l'allungamento della vita media ci impone di lavorare più anni rispetto al passato, mentre dall'altro, come detto più volte, il fattore lavoro appare come un  elemento del tutto incidentale; questo spiega non solo l'espulsione dai processi produttivi dei lavoratori con 30/35 anni di lavoro alle spalle, ma la precarietà, non più flessibilità, dei nuovi giovani lavoratori.
E' evidente che urge un nuovo grande patto storico per tutte le parti poichè l'impresa non può aspettarsi di crescere nel tempo se le basi sociali, che sono il fondamento anche per la vita stessa delle imprese, vedono deteriorarsi progressivamente le loro basi economiche.
Peraltro non può essere solo e soltanto lo Stato che come vaso di compensazione riequilibra  le situazioni critiche poichè le risorse finanziarie sono limitate per assioma, anche perchè se una economia non cresce, non possono crescere nemmeno le risorse che lo stato può utilizzare per la redistribuzione delle stesse.
Si è quindi guardato troppo alle situazioni contigenti attigendo alle opportunità di lavoro flessibile previste contrattualmente, ma si è pensato troppo poco alle prospettive che in pochi anni si sono avvizzite - nel loro complesso - tanto da far emergere le contraddizioni come i nodi al pettine.
Alla fine degli anni 90 la "fase uno" era quella di abbassare fortemente i livelli di disoccupazione, ma è mancata la "fase due" cioè quella di consolidare ed ampliare anche economicamente la base occupazionale.
La riprova è che oggi tra disoccupati e senza lavoro siamo a livelli più alti del passato e a questi vanno aggiunti i cassa integrati che non sappiamo ancora che futuro avranno (stiamo parlando di 900 milioni di ore di cassa integrazione).
Aggiungo che il sistema delle imprese (sia grandi che piccole)spesso si è rifugiata nella delocalizzazione attratta dalle incentivazioni e del costo della manodopera a basso costo  perchè era la strada più facile ben sapendo o facendo finta di non sapere che poi i paesi che accolgono le nuove iniziative ominciano a crescere e i vantaggi competitivi si affiappiscono inesorabilmente; altre anziende invece non hanno mollato i "vecchi" mercati, sabilimenti e maestranze, ma hanno preferito allargare l'apparato produttivo in continenti lontani.
Un solo esempio appreso di recente: la Fila (Fabbrica Italiana Lapis ed Affini), primo produttore mondiale ,  che produce uno dei più vecchi prodotti in uso quotidiano, oltre che produrre e vendere ovunque, recentemente è entrata nel mercato Indiano acquisendo il controllo di una fabbrica di matite locale a dimostrazione che anche con prodotto "povero" (che non si presta per il suo valore intrinseco all'esportazione) ci sono possibilità di sviluppo; come dire: l'impresa italiana se s'impegna potrebbe vendere forni in Africa e freezer agli esquimesi.
Qualche grande imprenditore ammette che il sistema delle imprese non ha operato con saggezza e indagando qua e la se ne possono trovare tracce assai evidenti, tracce che fanno emergere livelli retributivi sempre più modesti oltre che incerti.
Lavoratori assunti in vario modo a tempo - esistono anche quelli "a chiamata" - non hanno solide basi economiche e questa precarietà si riflette sullo sviluppo sociale, economico e demografico di un paese.
Per di più presentano caratteristiche veramente anomale che rasentano l'indecenza e sono frutto dell'ingordigia di molti e degli scarsi se non nulli controlli.
Oltre alla occupazione in nero esiste l'occupazione "mista" parte in regola e parte in nero, esistono retribuzioni in piena regola, ma con la retrocessione di parte del netto al datore di lavoro (formula utilizzata per i rapporti di lavoro con lavoratori stranieri ai quali interessa una retribuzione lorda alta per mantenere il diritto al soggiorno), messe in regola al minimo (20 ore il mese in regola contro 140/160 effettive) oppure rapporti a progetto o temporanei, reiterati per anni senza che nessuno controlli e dica nulla.
Tutto questo poi si riflette sul sistema contributivo delle pensioni il cui flusso non corrisponde al vero e reale e significa quindi costituire fondi per la pensione ancora più modesti di quelli che si costituirebbero se tutto fosse regolare.
La realtà, per effetto di politiche  pseudo liberistiche, è che nulla è cambiato (anzi peggiorato perchè non se ne vede il futuro) rispetto a 40/50 anni: a parte lo Stato ed Enti Pubblici un tempo se non avevi fatto la naja non ti assumeva nessuno e se donna non appena ti sposavi - temendo le possibili maternità - trovanano il modo per interrompere il posto di lavoro.
Oggi la realtà dimostra che i contratti flessibili portano alla instabilità e alla precarietà per cui la grande occasione è costituita da questo Governo Monti che può metter mano ad una struttura che ha dimostrato di essere fragile, antieconomica ed immorale.
Sta montando in questi una grossa polemica forse a causa del fatto che il Sindacato ci va cauto perchè non si fida, ma è altrettanto vero che solo un Ministro del Welare veramente equidistante dalle parti può trovare la giusta formula per rimediare ai danni fatti.
La questione dell'art. 18 della Legga 300/70 è un falso problema perchè la giusta causa esiste eccome, mentre la ingiusta causa è chiara e ben nota a tutti.
Quindi qui si tratta di trovare il modo di buttare a mare tutta la pletora dei contratti a tempo  visti i danni prodotti alle imprese, alla società e all'economia per cui possano esistere solo quelli a tempo indeterminato e quelli stagionali per turismo e agricoltura(anche qui bisogna vedere di che si tratta poichè le nostre regioni per esempio hanno quasi sempre pluri colture ) e se si tratta di flessibilità in entrata questa deve essere temporanea caso mai assistita non da sgravi contributivi (abbiamo visto già abbastanza porcherie), ma da crediti o sgravi (irap) d'imposta.
Parlo di flessibilità in entrata perchè è l'abbrivio al lavoro che va assistito, stimolato ed incentivato e non una flessibilità tout court perchè altrimenti ce la ritroveremmo, con il sopraconto, nella fascia dei lavoratori dipendenti con più anni di servizio per cui si rischierebbe di trasformare la precarietà del lavoro giovanile con la precarietà del lavoro di mezza età!
Questo fatto non deve preoccupare certo gli imprenditori perchè l'Italia ha bisogno di crescere economicamente in tutte le sue componenti, comprese le retribuzioni stabili, per cui quel che apparentemente potrebbe essere un sacrificio nel sostenere assunzioni stabili, ci se lo ritrova poi con un incremento di produzione per effetto dell'aumento della domanda complessiva.
Alla luce di questo inoltre vanno ridisegnati il sistema degli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione nelle sue varie forme (che peraltro non tocca tutti i tipi di impresa) non già per depotenziarla, ma renderla ancora più efficce pur alla luce della conomicità; nel passato abbiamo assistito a "casse" con durate interminabili, ma anche oggi assistiamo ad un uso talvolta improprio e disinvolto poichè affronta le situazioni contingenti, ma non il riavviamento al lavoro (abbiamo peraltro assistito a qualche azienda che vi ricorreva e i dipendenti, in nero, continuavano a lavorarci).
Mi ricordo e vi ricordo una frase di un giovane imprenditore informatico campano  in risposta alla domanda del perchè tendesse ad assumere - a parte qualche stegista - sempre personale a tempo intederminato: " premesso che non ho le renne sotto casa, ... assumo personale (oltre 100 dipendenti)adeguato, a tempo pieno e indeterminato, perchè mi devo occupare dei miei clienti (sparsi per l'Italia) e dei miei prodotti e servizi; se mi devo anche preoccupare di tenermi stretti i dipendenti (che nel settore sono peraltro molto "volatili") è meglio che mi dedichi ad un altro mestiere ! ""

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