Da indiscrezioni pubblicate oggi sulla stampa nazionale, si parla di incontri riservati a quattrocchi tra il Premier Monti e il Segretario Generale Cgil Camusso, per confrontarsi su un nuovo modello di contratti di lavoro, sulle tutele, ecc. e lo status quo del mondo del lavoro appare ancora più chiaro con altro articolo di Repubblica a firma Roberto Mania.
Partendo da ques'ultimo "scopriamo" che il mondo delle partite iva, circa 9 milioni in totale, per quasi 4 milioni (60% donne)è costituito da lavoratori apparentemente indipendenti, mentre in realtà sono dipendenti a tutti gli effetti.
Disaggregando i dati circa 2 milioni sono dipendenti a termine, 1,66 milioni sono a part time e 0,28 milioni sono lavoratori monocommittenti, lavoro prefissato, ecc.
Questa enorme categoria di precari (che rappresenta il 17% di tutti gli occupati ) disaggregata per fasce d'età vede circa 0,700 milioni nella fascia d'età 15 - 24 anni, 1,200 milioni tra 25 - 34, 1,070 milioni tra 35 - 44 e 0,982 millioni oltre i 44 anni d'età.
Aggiunge ancora l'articolo che la prima classe d'età, 15 -24, rappresenta il 55,6% degli occupati totali, quella da 25 - 34 il 23,8%, quella da 35 - 44 il 14,7% e quella oltre i 45 rappresenta il 10,6% degli occupati totali.
Aggiungo (fonte Istat) che nel quinquennio 2005-2010 il 71,5% dei nuovi assunti sono regolati da contratti a tempo.
Se analizzate più approfonditamente ci si accorge che questi sono dati veramente preoccupanti poichè i lavoratori over 45 precari sono uno su 10 degli occupati totali, mentre nella classe dei lavoratori di "primo pelo" uno su due è precario; nelle fasce centrali poi la preoccupazione rimane perchè quasi uno su quattro - nella fascia 23/34 anni - e uno su sei - nella fascia 35/44 - sono lavoratori precari.
E stiamo a domandarci perchè non cresciamo ?
Con l'incertezza del lavoro e quindi della produzione di beni e servizi è evidente che il nostro Pil ed anche i nostri consumi interni stentano a crescere !
Quanto alla copertura dell'art.18 questo riguarda il 65% dei lavoratori che operano soltanto nel 3% delle imprese, mentre per converso il 35% lavora senza tutele nel 97% delle imprese.
Questa sfilza di numeri vista in modo statico significa che il modello delle imprese italiane è costituito per la stragrande maggioranza da aziende sotto i 15 dipendenti e sarebbe interessante, molto interessante capire, se questa realtà dipende da scelte produttive ed imprenditoriali specifiche e volontarie o soltanto perchè sotto la soglia dei 15 dipendenti vi sia più libertà di licenziare; stiamo infatti parlando di oltre 8 milioni di lavoratori e non penso proprio che si voglia fare impresa in Italia autolimitandosi nella struttura, nella dimensione e nell'espansione produttiva.
L'Italia è sempre quella della fabbrica all'ombra di ogni campanile.
Per converso le aziende con oltre i 15 dipendenti occupano oltre 15 milioni di lavoratori quindi anche qui si potrebbe dedurre - visti i dati - che l'art.18 costituisce un elemento ininfluente nelle scelte produttive e impenditoriali.
Quanto al fatto che le imprese straniere abbiano remore ad investire a causa dell'art. 18, ho seri dubbi che questo sia il vero motivo di questa ritrosia.
E' vero che le imprese straniere investono meno in Italia che negli altri paesi Ue, ma ho il sospetto che il sistema di tutele non le spaventi proprio perchè diverse grandi aziende radicate da decenni in Italia se ne sono andate o se ne vanno per motivi strettamente produttivi o legati a scelte strategiche che ci passano sopra la testa.
Penso alla Glaxo che ha liquidato il centro ricerche composto da oltre 500 ricercatori in quattro e quattrotto, senza nemmeno tentare di venderlo; o all' Alcoa (ex Alumix gruppo Efim) o alla ThyssenKrupp (ex Acciaierie di Terni ed altre) che si stano disimpegnando dagli investimenti e dalle acquisizioni fatte in Italia; oppure alla Fincantieri, produttore mondiale di bastimenti (quella che ha costruito la Costa Concordia per intenderci) che si sta spegnendo piano piano nell'indifferenza più totale, o alle Acciaierie di Piombino/Ilva acquistate in parte dal Gruppo Riva e in parte dal Gruppo Severstal.
Se la mia lettura del panorama è corretta quindi sono altri i motivi che precludono alle nostre imprese di crescere senza auto limitarsi.
In quest' ottica possono essere convincenti, se vere, le ipotesi di lavoro che sembrerebbero aver imbastito il Prof. Monti e la Camusso sul tema cos' spinoso dell'art.18.
Si parla infatti di ridefinire meglio i casi dei licenziamenti senza giusta causa per evitare di imbastire controversi talvolta inensitenti o improprie, ma poichè il problema sono i milioni di lavoratori precari da stabilizzare, perchè sia stabilizzata la produzione e la sua crescita qualificata, valga la pena trovare un punto di mediazione che sospenda la norma temporaneamente nel caso di strabililizzazione dei precari e nel caso della nascita di nuove imprese.
Aggiungerei anche il caso di fenomeni di aggregazioni di imprese già operanti che per crescere ritengano di fondersi per aumentare la massa critica, per attivare economie di scala oltre che migliorare la qualità del prodotto.
Non dimentichiamo poi che nei fatti vi sono settori soprattutto del terziario (ristorazione e esercenti) e servizi ((anche assicurazioni e qualche banca) dove l'utilizzo del lavoro a tempo è assolutamente ingiustificato ed inappropriato.
Occorre quindi, per effetto anche delle esperienze del passato , che vi sia l'assoluto controllo di quel che potrebbe avvenire (tramite l'Inps o il Ministero del Lavoro), affinchè non avvengano le solite furbate, vista l'esperienza del recente passato dove la flssibilità ha si dapprima ridotto la disoccupazione, ma ora l'ha fatta riesplodere in modo preoccupante ed incontrollato.
Potrebbe essere un tentativo per togliere alibi a tutti.
domenica, febbraio 12, 2012
RIFORMA DEL LAVORO: SULL' ART. 18 SI COMINCIA A RAGIONARE
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martedì, febbraio 07, 2012
LE SINEDDOCHE CONTEMPORANEE
Assistiamo ogni giorno alla discussioni anche accese e indignate su vari temi, ma queste assistono l'analisi soltanto du una parte (per il tutto) proprio per evitare di analizzare il tema da tutti i punti di vista, quindi in modo approfondito tale da andare a ricercare tutte le motivazioni, le cause, le contro deduzioni e le possibili realistiche soluzioni.
Ogni i giorno i media ci segnalano le novità importanti su qualsiasi tema, ma su queste fioriscono dibattiti molto spesso inutili, parziali e fuorvianti.
La forte nevicata di venerdì scorso ha infervorato gli animi per le difficoltà della viabilità a Roma come se altrove non fosse caduta nemmeno una faliva di neve ed abbiamo assistito ad una specie di partita a tennis tra il Sindaco Alemanno e il Capo del Dipartimento della Protezione Civile Gabrielli, quando è evidente che la situazione metereologica è stata sottovalutata da molti.
Per una metropoli come Roma la sua latitudine aplifica fortemente gli effetti della precipitazione nevosa assai rara per cui non c'è l'abitudine delle strutture istituzionali e degli abitanti di vivere un simile fenomeno in modo sufficientemente organizzato; ne consegue che occorre avere l'umiltà di chiedere aiuto per tempo e non nascondere il fatto che il "fai da te" non ha funzionato.
Penso al fatto per esempio che l'Atac ha fatti uscire i mezzi senza pneumatici da neve o senza catene e qui la responsabilità è della sua dirigenza, ancor prima del Sindaco o della Protezione Civile.
La forte nevicata ha presentato fortemente il conto alla regione Lazio, ma anche alla Toscana, Umbria, Lazio, Romagna, Molise, ecc (in certe zone sotto metri di neve) e balza all'cchio che tanti responsabili non hanno fatto. o hanno fatto poco la loro parte: penso ad Anas, Società Autostrade, Enel, Snam ecc., ma su questo non vola una mosca: sappiamo solo dei disagi o dei drammi mortali occorsi a diverse persone, decedute in modo atroce.
Quanto alla Protezione Civile, che ha il compito di coordinare tutte le funzioni di soccorso (Croce Rossa, Vigili del Fuoco, Esercito, Polizia, Carabinieri) si deve occupare della organizzazione a monte predisponendo piani di possibile soccorso, non certo preoccupare che gli impianti e le manutenzioni e siano fatte a regola d'arte ed i piani di intervento siano ben predisposti.
Queste sono dirette responsabilità dei vari enti e società di gestione, por con lo sconto delle precipitazioni nevose estremamente copiose.
Gabrielli e il Dipartimento della P.C. quindi possono e devono agire con tempestività, ma non li si può certo accusare del fatto che siano stati recentemente depotenziati (legge 10/2011), per cui la potenza di intervento sia diminuita; fatto che peraltro lo stesso Gabrielli denuncia.
Come spesso accade in Italia si passa da un estremo all'altro: con Bortolaso alla P.C. sono stati assegnati compiti non istituzionali; penso alla gestione degli eventi sin dalla loro progettazione e costruzione e non ai semplici piani di sicurezza da attivare per eventi programmati o per eventi climatici, metereologici e tellurici (imprevisti per assioma).
E evidente che tutto questo serviva invece ad accentrare, a gestire direttamente fenomeni utili al potere politico vigente (oltre che a possibile malaffare), dando peraltro il segnale a tutte le altre istituzioni, territoriali soprattutto, di liberarsi di responsabilità invece del tutto proprie.
Il Dipartimento della P.C. ha cambiato pelle, ma le istituzioni - pubbliche e private - si sono sentite ancora evidentemente demotivate o meglio deresposabilizzate, attendendo la manna dal cielo, mentre invece era neve!
Ma le sineddoche non finiscono qui: assistiamo da alcune settimane al dibattito relativo al tema del lavoro, ma come in passato ci si attacca su affermazioni, su concetti sintetici per bloccare sul nascere eventuali possibili cambiamenti.
Peraltro se analizziamo le frasi - come quella dei "bamboccioni" dichiarata dal compianto Padoa Schioppa che ha fatto strappare le vesti a molti, ci si attacca sul termine per non affrontare realmente il prolema che invece è rimasto li del tutto insoluto.
Quando si sente parlare che il posto fisso non può essere garantito a vita a tutti si afferma una ovvietà, ma la reazione non è quella di affrontare il problema, ma quella di attivare un fuoco di sbarramento per non parlare affatto dei veri argomenti, nascondendo quindi i problemi.
Nella realtà tutti i lavoratori attivi,e ancor di più le giovani leve, sanno perfettamente da sempre che il posto non è garantito - infatti si parla di rapporto di lavoro a tempo indeterminato - e nella realtà già oggi nell'arco della vita lavorativa si cambia posto di lavoro più di una volta.
Stessa cosa quando si parla di lavorare in città diverse; certo la maggioranza di noi ha lavorato o lavora nel luogo di origine, ma sono sempre di più coloro che cambiano ditta e città e questo fenomeno viene da lontano.
Questo avveniva nel passato - penso infatti alla migrazione interna dal sud che ha fornito manodopera alla crrescita industriale delle imprese del nord - ed avviene ancora oggi .
Mio padre stesso, siciliano, classe 1908, ha sempre lavorato, per 45 anni, nel Triveneto (ogni mio fratello è nato in una città diversa) con solo due rientri nella sua regione: nel 1939 e alla fine degli anni 50; cosa analoga è occorsa ad un mio fratello ed anche a me stesso; i miei nipoti insieme a mio figlio hanno cambiato azienda più volte e non sempre vivono nelle città d'origine (alcuni addirittura all'estero); se ci guardiamo intorno nei nostri entourage vedremmo che non si tratta di casi del tutto personali, ma ne troveremmo numerosi del tutto analoghi nei quali le scelte sono state fatte con serenità e soddisfazione.
Altra sinoddica riguarda la frase che molti gradirebbero una occupazione "vicino a mamma e papà", ma è anch'essa una ovvietà perchè è l'incertezza molto spesso che non fa volar via i nostri figli; quindi non hanno paura del futuro, ma non vedono prospettive adeguate che li confortino nella loro crescita umana e professionale.
Sono questi invece i motivi che tutti sanno, anche i Ministri "tecnici" ed i politici di lungo corso, ma che non si vogliono affrontare con coraggio e determinazione.
Infatti l'incertezza per chi si avvia al lavoro c'è sempre stata e sempre ci sarà; ma mentre un tempo nell'incertezza dei primi passi nel mondo di lavoro si poteva intravvedere un obbiettivo che ci desse stabilità, oggi invece questo non accade, o accade molto meno di un tempo.
E l'articolo 18 della legge 300/70 - checchè ne dica il Wall Street Journal - non è il tappo che blocca la nostra crescita economica, prchè esisteva in molti eventi che ho citato del passato .
In passato infatti i primi passi nel mondo del lavoro erano sempre incerti - che si facesse l'operaio o l'insegnante - ma poi seguivano evoluzioni che portavano alla stabilità.
Un neo laureato, per esempio, che si avviava all'insegnamento iniziava con piccole supplenze, poi con altre un pò più lunghe (sostituzioni per maternità), poi con incarichi annuali, eppoi con l'assegnazione di una cattedra magari divisa su più scuole o su più comuni della stessa provincia; l'operaio - anche specializzato - cominciava come apprendista in piccole ditte o presso artigiani, ma poi cambiando più di una azienda raggiungeva un posto di lavoro stabile in una azienda più grande e strutturata; oppure diventavo lui stesso artigiano o imprenditore.
Ne consegue che nel giro di qualche anno la stabilizzazione era raggiunta, con la possibiltà di metter su famiglia, ma senza precludersi la possibilità di cambiare ancora posto di lavoro (se non facevi carriera in azienda cercavi di farla fuori cambiando lavoro).
Oggi invece la precarietà sembra avere connotati piatti per cui spiragli non se ne vedono e queste sono le vere zavorre che limitano le proprie aspirazioni e che possono impaurire per l'incertezza che il futuro sembra far percepire.
Il fatto che l'Italia sia comunque da molto tempo la quinta potenza mondiale (per il momento fino che i paesi emergenti con le loro centinaia di milioni di abitanti non ci supereranno) dipenderà pure da un modello socio economico che ha una certa staticità e stabilità, ma anche da una flessibilità congenita da sempre esistita, che ha prodotto i suoi buoni frutti.
Erano altri tempi quando le famiglie - numerose - poggiavano quasi sempre su un solo reddito; ma almeno 40 anni fa le famiglie si sono spesso appoggiate su due redditi (e meno figli).
Questo ha consentito la crescita economica, la crescita dei consumi - anche quelli superflui divenuti necessari - ma è evidente che la volatilità dei rapporti di lavoro avveniva sempre più in un area geografica circosritta, poichè socialmente ed affettivamente non si potevano certo "smontare" i nuclei familiari per rincorre nuovi posti di lavoro a distanze poco sostenibili poichè queste scelte comportano necessariamente il cambio anche per l'altro coniuge; del resto l'Europa e l'Italia è una area circosritta e densamente popolata e non può essere paragonabile agli Stati Uniti che è una nazione con una popolazione in perenne transumanza, laddove tante piccole e medie comunità nascono, crescono e muoiono nel giro di qualche decennio.
Oggi stiamo tornando indietro dove i doppi redditi scendono e dove e difficile trovare lavoro e molto facile perderlo.
Come sopra conto, peraltro estremamente determinante, i livelli retributivi crescono miseramente per cui non vi sono più le opportunità appetibili del passato; molto spesso si cambia lavoro per necessità e molto meno per volontà, ma è del tutto prevedibile che sarà meno soddisfacente sul piano economico di quello precedente.
Ecco perchè la volatilità del lavoro auspicata dell'attuale governo trova resistenze poichè non ci sono presupposti economici validi per cambiare facilmente; ed ecco perchè i giovani, pur coraggiosi, vivono vicino a mamma e papà.
Ecco perchè la nostra generazione, che ha assistito la vecchiaia dei nostri genitori, si trova oggi molto spesso ad assistere la gioventù dei nostri figli.
Cos'è cambiato ?
Molti lo sanno, ma nessun lo dice: si è rotto il principio della intedipendenza tra capitale e lavoro (peraltro sempre in equilibrio instabile), ma soprattutto si è rotto il principio che tiene ben saldi gli aspetti sociali a quelli economici dell'impresa e del lavoro.
Intendo dire che il capitale non funziona senza lavoro e viceversa e che gli aspetti sociali hanno sempre strette correlazioni economiche e viceversa.
Questo significa che per l'impresa deve aver ben chiaro che la sua mission economica implica aspetti sociali imprescindibili, come peraltro i lavoratori dipendenti devono aver ban chiaro che l'aspetto sociale ha sempre impliciti rivolti economici per se e per le imprese.
Auspicheremmo che oltre che ai lavoratori in servizio ai quali si è allungata la vita lavorativa per produrre di più, vi sia una più ampia disponibilità da parte dei nuovi giovani lavoratori a cercar lavoro, ma se le condizioni economiche sono quelle che tutti sappiamo ( per i neo assunti e per i lavoratori ancorchè stabilizzati operanti in aziende in debito d'ssigeno))è evidente che non possono essere soddisfatte che le necessità primarie di sostentamento; pensare a metter su famiglia e a far figli, quando non ci sono obiettivamente spazi e servizi a prezzi coerenti, è e evidente che si usa la buona vecchia regola di star fermi per non insabbiarsi ancor di più.
Penso ad esempio ai lavoratori dell' Alcoa, multinazionale dell'alluminio, attratti dall'insediamento dell'impresa in Sardegna che ha deciso di chiudere i battenti andandosene altrove; c'è un bel dire che occorre avere la dispinibilità al cambiamento, ma, proprio ai sardi, popolo laborioso e disposto anche ad emigrare, che soluzioni ed opportunità possono essere credibilmente prospettate ?
L'Alcoa ha le sue ragioni, ma tutte queste famiglie che prospettive possono avere ?
Chiaro, chiaro: se un lavoratore trova nuovo lavoro in un'altra città non è detto che la sua moglie abbia la stessa opportunità; vi può essere il caso che lasci il certo per l'incerto e si ritrovi a dover subire uno dei tanti rapporti di lavoro precari; se poi hanno figli come potrebbero fare ?
Se le retribuzioni sono eccellenti gli spazi ci sono, ma se le retribuzioni sono dell'ordine del 700/900 euro mese - perchè questà è la realtà - e un posto al asilo nido o scuola materna, se c'è, costa 600 (visto che mamma e papà son lontani) è evidente che il meccanismo si inceppa.
La stessa migrazione interna - pur sempre presente - ha volumi contenuti proprio per questi motivi: le retribuzioni sono quelle che sono e trasferirsi per sostenere il futuro da soli (e magari la famiglia al paesello) quando conosciamo il livello del costo della vita al nord, senza le economie dei gruppi familiari d'appartenenza, è evidente che anche in questo caso le rinuncie al trasferimento risultato del tutto comprensibili.
La rivoluzione del mondo dei rapporti di lavoro può essere quindi affrrontata senza impicciarsi su frasi o concetti, ma va analizzata senza riserve mentali sia da parte dei lavoratori (e le rappresentanze sindacali)che da parte delle imprese proprio perchè esiste la simbiosi inalienabile tra capitale e lavoro e tra economia e società.
Nuovi punti di intesa sono possibili, ma i "mea culpa" vanno fatti insieme fra le parti ed il Governo, soprattutto questo, non si può limitare ad allestire strumenti di sostegno perchè ribadisco questi possono far correre il rischio di costituire l'alibi per non affrontare le proprie riserve mentali e responsabilità.
Possono esserci modelli più moderni, ma deve esser chiaro che si deve trattare di extrem ratio.
L'ho detto altre volte: i lavoratori hanno - forse per ragionevole timore - assunto posizioni statiche e troppo difensive, ma le imprese ha avuto una grande opporunità di ripartire con tanti contratti flessibili nel momento migliore - quello della nascita dell'euro -, ma hanno dimenticato che non possono soddisfare soltato il conseguimento dei migliori profitti possibili, frutto peraltro della maggior fascia di consumatori costituita dai loro 16 milioni di di dipendenti, da 5 milioni di autonomi (e 16 milioni di pensionati).
Occorre ricercare stimoli che riequilibrino i principi cui accennano prima: per esempio son passati almeno 20 anni dalla ultima manutenzione relativa ai distretti industriali, quelli che hanno prodotto una larga diffusione della media impresa ed oggi una "manutenzione"; ebbene un rinnovamento di qei progetti è del tutto possibile senza grandi necessità di spesa da parte dello Stato poichè sono sufficienti indirizzi e stimoli che sostengano ed orientino impresa e lavoratori in questo mae magnum per soddisfare equamente le esigenze sociali ed conomiche dell' Italia.
Il pericolo maggiore è quindi quello di perdersi dietro alle frasi più o meno ad effetto per non affrontare con serietà i veri problemi del lavoro in Italia.
Note:
sineddoche (dal greco «συνεκδοχή», in italiano «ricevere insieme») è un procedimento linguistico espressivo e una figura retorica che consiste nell'uso, in senso figurato, di una parola al posto di
un'altra mediante l'ampliamento o la restrizione del senso.
alle
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giovedì, febbraio 02, 2012
IL POSTO FISSO NON ESISTE PIU' ?
Il Prof. Monti con la sua intervista a Matrix di ieri sembra aver sconvolto il mondo del lavoro italiano, con l'affermazione, sintetica, indicata nel titolo.
In realtà il primo che espresse il concetto che flessibilità significava non più il posto fisso presso lo stesso datore di lavoro fu Massimo D'Alema quale premier nel periodo 1998-2000.
Nella realtà poi sono sempre di più i lavoratori che nella loro vita lavorativa cambiano il posto di lavoro, addirittura passando da occupazioni dipendenti a quelle autonome se non additittura imprenditoriali di vario "calibro" e in questo particolare momento il ricorso alla cassa integrazione di vario tipo produrrà senz'altro una ulteriore ondata di cambiamenti di posti di lavoro, ai quali andranno sommati tutta quella pletora di contratti "flessibili" trasformatisi in in precarietà ai quali se vogliamo far decollare il paese, occorrerà metter mano.
Detta meglio: si dice che in una economia avanzata e liberale i rapporti di lavoro dipendenti e non dovrebbero cambiare almeno sette/otto volte nella vita lavorativa, a dimostrazione di una vivacità di rotazione e di cambiamento che annoierebbe meno i lavoratori e li dovrebbe far sentire più vivi e partecipi all'economia stessa.
Ma c'è un grande "ma": per favorire una maggior vivacità nel cambiamento di occupazione, non possiamo non tener conto che l'eccessiva volatilità del posti di lavoro, portata all'esasperazione, potrebbe produrre una pericolosa instabilità della struttura economica di un paese con riflessi sociali altrettanto preoccupanti.
Penso alle occupazioni dipendenti in particolare che sono dedicate alle funzioni sociali ed inalienabili di una collettività come l'istruzione, l'assistenza, la sicurezza, la sanità, il credito dove serve una preparazione ed aggiornamento costante e soprattutto una stabilità nei servizi offerti per mantenere una buona qualità nella loro erogazione.
Peraltro se pensiamo ad un insegnante, che vede cambiare fisiologicamente i suoi discenti ogni 3/5 anni, a seconda di che tipo di insegnamento offre, in realtà il tipo di attività rimane la stessa ma i fruitori, con i loro familiari, cambiano, numerose volte durante la sua vita lavorativa.
Si pensi che anche un bancario di una banca nazionale o europea, se vuol crescere professionalmente deve mettere in conto di cambiare incarico, filiale, città e regione, almeno 7/10 volte in 40 anni di lavoro.
Quel che più importa però è il fatto che se vogliamo perseguire una politica di fluidità nel cambiamento dei rapporti di lavoro, non possiamo assolutamente preoccuparci solo e soltanto di allestire validi sistemi di sostegno per i parzialmente o temporaneamente disoccupati, ma dobbiamo soprattutto trovare il modo di applicare il principio di re-ci-pro-ci-tà !
Intendo dire che se oggi si "accusano" i lavoratori dipendenti di puntare al posto fisso, tenendosi la libertà di decidere quando e se cambiare lavoro e si nega tale diritto analogo all'imprenditore, occorre che una volta rese le parti libere di agire (ovvero liberi di assumere o di licenziare e liberi di andarsene e di ritrovare facilmente lavoro) queste lo siano per davvero.
Inoltre appoggiarsi soltanto sul fatto che esistano nuovi e più moderni strumenti di tutela economica per i lavoratori licenziati, questo potrebbe costituire un costo insostenibile da parte dello Stato poichè non credo proprio che sia automatica la rotazione se non si rimuovono gli ostacoli posti strumentalmente.
Qual'è il motivo del posto fisso possibilmente a vita ?
La realtà dimostra che quasi sempre quando si viene investiti da un licenziamento individuale o collettivo questo evento è a "perdere" cioè perdi un posto di lavoro, ma quasi sempre se ne ritrovi uno, la retribuzione è inferiore, mentre se cambi tu, di tua sponte, quasi sempre è "a guadagnare" per cui è questo il pericolo che ragionevolmente, molto ragionevolmente e credibilmente va rimosso.
Intanto per sgomberare il campo dalle varie problematiche penso che la questione sull'articolo 18/300 è un falso problema perchè riguarda i licenziamenti ingiustificati e riconducibili esclusivamente a decisioni illogiche perchè legate a motivazioni extra professionali (diversità politiche, religiose, di censo e di genere protette peraltro dalla Costituzione); ne consegue che non può essere questo il motivo per cui il nostro sistema economico e produttivo mostri il passo visto che questa legge è in vigore dal 1970 e non sono sufficienti le mutate condizioni del Mercati a giustificare l'abolizione di un rticolo "ideologico" (sappiamo perfettamente perchè è stato introdotto e le sue cause sappiamo bene che non sono per nulla morte e sepolte).
Pealtro non ce la vedo l'imprenditoria italiana con la sua vivacità e fantasia che si considera ostaggio di una legge (articolo) "capestro".
Occorre pertanto pensare a strumenti di controllo, oltre che contrattuali, tali per cui la libertà di scelta di cambiar lavoro o di licenziare non devono alterare assolutamnte i rapporti di forza fra le parti che devono essere sempre più equilibrati.
Abbiamo infatti assistito ad un comportamento indecente favorito dalle opportunità date da tutti quei contratti di lavoro flessibili che hanno portato alla precarietà che ora attanaglia il mondo del lavoro italiano.
Il fatto che l'imprenditoria indigena abbia a piene mani approfittato di posizioni di vantaggio con questa contrattualistica ci ha portato ad una attività economica di poca crescita se non stagnante ed a una fascia sembre più ampia di lavoratori precari a basso reddito; si è privilegiata infatti perchè più facile più l'innovazione di prodotto che di processo, ma questa è una azione perdente per chi vuol stare sul Mercato aperto perchè mondiale .
Che cosa non ha funzionato ? Non hanno funzionato i controlli per cui la sotto occupazione e l'occupazione parte in bianco e parte in nero, producono l'insabilità economica, anche del sistema imprese stesso che se non trova sbocco più di tanto sull'estero, si trova un mercato interno stagnante o di poca crescita.
Se di nuove regole si parla è evidente che il risultato non può essere che quello che alla velocità con cui si può perdere un posto di lavoro deve corrispondere altrettanta velocità nel trovarne uno nuovo.
In questi giorni abbiamo sentito che nei bliz della GF a Milano si son scoperti molti lavoratori irregolari e per di più senza permesso di soggiorno; ebbene i datori di lavoro se la caveranno con multe di vario tipo, ma l'andazzo continuerà in mille altri posti per cui il lavoro nero continuerà ben sapendo che questo produrrà anche evasione fiscale e contributiva, mentre i dipendenti perderanno il lavoro e verranno espulsi.
Proviamo invece a pensare ad una "punizione" diversa: introdurre l'obbligo di regolarizzazione del dipendente da parte del'imprenditore con la conseguente assunzione regolare e conferma del permesso di soggiorno.
Questi sono i nodi da sciolgliere ben sapendo che una collettività per essere veramente tale non può assolutamente poggiare su un mondo d libere professioni per tutti.
Peraltro lavoratori dipendenti ed imprenditoria fanno parte di uno stesso Stato e se questo chiede per comprovate motivazioni alla collettività di lavorare per più anni prima di andare in pensione, non possono esistere nel mondo del lavoro remore o riserve mentali per cui la velocità di cambiamento del posto di lavoro solleva eccezioni, o è inversamente proporzionale, come spesso vediamo accadere, all'età dell'assumendo, sul suo sesso, sul suo stato civile e quantaltro; se di merito e di professionalità si vuol parlare come elemento trainante di una economia, a qauesti principi si deve guardare, non ad altro.
Il lavoro quindi da fare è molto e riguarda anche e soprattutto un cambiamento radicale del mododi pensare il ruolo e il compito di lavoratori ed imprese.
Diversamente c'è il rischio che per necessità contigenti si facciano scelte "avvenierisiche" che non modifichino in reltà strutturalmente la struttura economica e produttiva dell'Italia, e ci presenti invece fra qualche anno un conto ancora più salato di quello che ci troviamo oggi in mano.
alle
4:48 PM
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lunedì, gennaio 23, 2012
LIBERALIZZAZIONI O PRIVATIZZAZIONI ?
Nella conferenza stampa del prof. Monti dell'altra sera, relativa alla presentazione della seconda "manovra" utile all'Italia, il Premier ha chiaramente precisato che liberalizzazione non significa assolutamente privatizzare, poichè il secondo termine significa liquidare assets detenuti dallo Stato o dagli Enti Locali, affichè alla loro gestione Vi provvedano altri ad assolvere alla funzione, costituiti a imprenditori privati.
Nel primo caso invece significa togliere posizioni di monopolio piccolo e grande in mano di chiunque - sia esso pubblico o privato - e dare anche a più soggetti - pubblici o privati, con i loro capitali, l'opporturnità di offrire, in competizione, analoghi servizi o prodotti.
Nell'ultimo ventennio abbiamo assistito soprattutto alla fase delle privatizzazioni (pensiamo all' Iri e alle banche) e questo ha portato certamente capitale alle casse dello stato, ma non ha automaticamente prodotto una competizione nella offerta di prodotti e servizi, per cui non ne è scaturita una fase di ampia concorrenza, se non in alcuni settori assai circostritti, come per esempio la telefonia fissa e mobile.
Quello a cui punta questo Governo è quindi la più ampia liberalizzazione possibile in tanti settori piccoli e grandi (assomiglia un pò alle famose "lenzuolate" di Pierluigi Bersani) per favorire concorrenza e competizione, che produca migliori servizi e prodotti, a prezzi inferiori.
Questa operazione dovrebbe consentire quindi che le risorse dei consumatori siano utilizzate a minori prezzi unitari, favorendo quindi la spesa complessiva su una più ampia e vasta gamma di prodotti e servizi, ai quali non si avrebbe accesso per mancanza di disponibilità.
Questo ancora produrrebbe da un lato la compressione delle posizioni dominanti di produttori di servizi e prodotti compreso il loro ampliamento e dall'altra l'ampliamento di quei consumi, sino ad ora preclusi al grande pubblico dei consumatori.
La possibilità quindi di spendere le stess risorse, per una più vasta gamma di prodotti e servizi.
Questa manovra in modo articolato cerca di toccare un pò tutti i settori produttivi e di servizio, ma se da un lato dovrebbe riuscire a togliere la posizione di sudditanza dei consumatori rispetto alla formazione dei prezzi che sino ad ora non riuscirebbe ad influenzare, dall'altro ciò significa che i consumatori debbono avere la capacità autonoma di saper valutare con cognizione di causa quale sia il miglior servizio o prodotto al minor prezzo relativo.
Dico relativo perchè possono esistere sempre i "cartelli" che aggirano ed attenuano la possibilità teorica di mettere in competizione gli offerenti di beni e servizi, ed esistono anche vincoli di spazio che ci possono far scegliere un fornitore piuttosto che un altro a precindere dal prezzo.
Penso infatti alla farmacie o al servizio taxi o alla pompa di benzina dove la scelta è condizionata dalla vicinanza, dalla necessità o dalla urgenza; nel caso di notai e avvocati invece questo problema non esisterebbe.
Vedremo nei fatti se l'aumento delle licenze per questi servizi saranno sufficienti per farci riscontrare un incremento di concorrenza e quindi prezzi inferiori rispetto al passato.
Quel che più mi preme alle famiglie però sono le tariffe praticate dagli erogatori di somministrazione di servizi come quelli del gas e dell'energia elettrica, che sono in fondo le maggiori spese a cui va incontro ogni famiglia italiana.
Tornando quindi alla capacità dei consumatori di scegliere con cognizione di causa se Voi provate a leggere la composizione dei prezzi di una qualsiasi bolletta del gas o dell'energia elettrica, penso che vi mettereste le mani nei capelli, poichè già ora per assolvere al principio della trasparenza, non ci si rende facilmente conto di quanto spendiamo (se non leggendo il ripilogo ed totale da pagare) per mq o kw fornito.
Energia elettrica
la divisione principale è per due fasce orarie e fino a qui semprebbe tutto chiamo, ma se si guarda il dettaglio cominciano i guai perchè le due fasce orarie sono divise per scaglioni di consumo, alle quali va aggiunta la quota fissa, quella di potenza e la variabile (divisa per scaglioni); infine le accise e le addizionali (divise per scaglioni) e al tutto va aggiunta l'iva.
Gas
anche in questo caso la solfa non cambia perchè leggiamo i costi del servizio di vendita costituito da quota fissa, quota energia (divisa per scaglioni), dai costi del servizio di rete costuituito da quota fissa, quota variabile (divisa per scaglioni) a cui vanno aggiunte le accise e le addizionali enti locali (sempre divise per scaglioni); a tutto questo vanno aggiunti i conguagli e anticipi il tutto infiocchettato dall'iva al 10% e 21%.
Voi capite che un utente sa leggere quanti mq di gas o kw di elettricità ha consumato, quanto ha spenso in totale e per unità di prodotto (kw o mq), ma l'offerta di nuona fornitura e prezzi conseguenti di un possibile concorrente, sono articolati tanto quanto le bollette del'attuale fornitore (escluse le accise e le addizionali), per cui il cliente/utente per non saper nè leggere nè scrivere, lascia perdere eventuali proposte e resta con il gestore di sempre (mentre questo ha la facoltà di rifornirsi, se non ha produzione propria, dal miglior offerente di gas e energia elettrica, senza che questo possa influire sui prezzi al dettaglio).
Per riuscire bene quindi questa operazione di libralizzazione su queste costose somministrazioni, occorre introdurre principi, indirizzi di semplificazione ulteriore nel confezionamento delle bollette, pur nel rispetto della chiarezza che non deve quindi essere esagerata.
L'iper chiarezza quindi rischia di essere d'ostacolo ad una lettura efficace delle bollette, un pò per come è successo invece per le tariffe telefoniche fisse, mobili ed internet, per i voli aerei e per quelle bancarie.
In quest'ultime la trasparenza si è trasformata dapprima in grande opacità, sino all'avvento dell'invenzione dei "conti a pacchetto", dove il potenziale cliente individua il tipo e numero di operazioni e servizi a lui necessari e da questi passa al relativo pezzo e su questa sintesi può fare raffronti a ragion veduta con altre proposte, per verificare la cocorrenza e la reale differenza e convenienza.
Se per le utenze di somministrazione di gas e luce fosse impossibile semplificare sensibilmente, si potrebbe imporre una offerta di prezzi alternativi (esclusi gli incentivi che durano quel che durano) sulla scorta delle bollette dei servizi già pagati, affinchè, per scritto, il nuovo offerente faccia quel che dovremmo far noi.
Ultimo elemento riguarda i "vecchi" fornitori che dobbono avere l'opportunità di rinegoziare le vecchie tariffe autonomamente, o sulla spinta di sollecitazioni da parte dei clienti, che li spingerebbero a ricercare riforniture più convenienti e a ricercare processi di economicità.
Non dimentichiamo infatti che molti gestori sono enti municipalizzati proprierati della rete distributiva (com'è Telecom insomma) e la concorrena li deve sollecitare ad economie di scala e processi attenti sugli investimenti, non solo a rivestire il ruolo di finanziatore delle comunità a cui appartengono (comuni, provincie e regioni).
alle
1:53 PM
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mercoledì, gennaio 11, 2012
LO SPREAD: QUESTO OGGETTO SCONOSCIUTO !
A partire dalla primavera del 2011 si è verificato un fenomeno veramente preoccupante per la finanza dello stato italiano poichè il differenziale dei tassi su titoli emessi dallo Stato Italiano a 10 anni rispetto a quelli dei titoli emessi dallo Stato Tedesco si è dilatato progressivamente sino a raggiungere livelli preoccupanti (oltre i 500 bp) in quanto questo significa - ed ha significato - che il corso dei titoli del debito italiano già in circolazione con tasso nominale inferiore a questo spread si sono deprezzati in modo proporzionale e i detentori, i proprietari di questi titoli hanno visto deprezzarsi il loro investimento almeno in linea teorica e potenziale se non venduti prima della scadenza.
Per di più ciò significa nuovi tassi nominali molto elevati, oltre il 7%, che se perpetrati per molti mesi significa aumentare fortemente il costo del nostro debito per molti anni venire, annullando fortemente tutti i tentativi di rimettere in sesto na nostra finanza statale.
In realtà questo "fenomeno" non è a noi sconosciuto, nè lo è per il Mercato finanziario e per tutti gli investitori possibili nella loro globalità, poichè quando i tassi correnti sono in controtendenza ai tassi fissi dei titoli in circolazione questa compensazione è un fenomeno del tutto automatico che si verifica in entrambi i casi: sia quando il tasso corrente aumenta rispetto al tasso fisso, sia quando avviene l'inverso.
Questo fatto avviene poi sopra tutto per i titoli a lunga scadenza dove la volatilità (la sensibilità) è quindi più elevata che per i titoli a breve scadenza e se a questo si aggiunge che una emissione ha entità contenute (ovvero è sottile), la variabilità del corso del titolo risulta ancora più sensibile alle variazioni dei tassi correnti.
Nel caso dello spread tra i tassi dei titoli di debito fra due stati come Germania ed Italia però sia aggiungono a questi elementi del tutto regolari e prevedibili le cause implicite che producono una differenza del tasso proposto all'investitore che portano quindi all'allargamento o meno del differenziale ovvero dello spread fra i tassi.
Nel senso che è l'affidabilità maggiore o minore dell'emittente che contribuisce alla determinazione del tasso e quindi alla differenza fra i tassi.
Dalla primavera scorsa lo spread è aumentato progressivamente poichè mentre il Mercato accettava alla Germania la proposta di titoli a 10 anni ad un tasso fisso assai contenuto, dall'Italia pretendeva tassi molto più alti (circa il 5% in più) per le nuove emissioni della medesima durata.
Questo perchè mentre la Germania aveva reagito, forse perchè punta più sul vivo, alla prima crisi della new economy del 2000, a quella dei subprime del 2007 e alla conseguente crisi economica del 2008 in modo molto più reattivo ed efficace che l'Italia; mentre questa, vuoi per sottovalutazione vuoi per incapacità politica, vuoi per la ricerca di politiche speudo liberiste, non ha attuato politiche di rilancio adeguate.
Oggi, in questi giorni, ci stiamo stupendo che i tassi sui titoli tedeschi a breve, analoghi ai nostri, siano molto vicini allo zero, se non negativi, che i bund a 10 anni siano intorno al 2%, ma ci siamo scordati che questo evento è occorso anche ai nostri Bot; e non sto parlando di secoli fa, ma dell'agosto 2009 quando i nostri bot rendevano lo 0,55% lordo, i Btp indicizzati a 10 anni l' 1,99%, quelli fissi al 4,05% (tutti in discesa), mentre il re dei titoli di stato, il bund tedesco a 10 anni, era al 3,26% (spread 79 bp).
Questo cosa significa ?
Non che l'Italia era nella stessa favorevole situazione economica e finanziaria della Germania, bensi che entrambi gli stati erano nella stessa simile crisi finanziaria ed economica; infatti la Germania azionava misure estremamente severe tanto da apparire esagerate poichè aveva deciso non solo un intervento presso le banche tedesche scottate dagli effetti subprime traferitisi nel 2008 dagli Usa, ma anche una manovra finanziaria da 80 miliardi di euro in tre anni per del riprendere la rotta con decisione e riportare il debito a livelli veramente bassi e fisiologici.
L'Italia invece tramite il suo governo si è limitata ad azioni di piccolo cabotaggio rivelatesi inutili in breve tempo, ovvero negando che il paese fosse in siatuazione critica, oppure per non "mettere le mani nelle tasche degli italiani".
Quel che è poi mancata ancor di più è stata la concertazione a livello europeo delle iniziative da intraprendere sul piano economico e finanziario degli stati membri, quasi a voler signoficare che era più che sufficiente l'unità costituita dalla moneta unica.
Per la verità alcuni Governi aveva evidenziato i pericoli, ma pagarono a caro prezzo la loro posizione nel giro di pochi anni (Schroeder).
Quel che è avvenuto lo avviamo riconosciuto tutti: quel "mal comune mezzo gaudio" tanto sbandierato si è rivelata una foglia di fico ed il Governo del NON fare ha dovuto rendere le armi.
Quel che più inquieta in questi ultimi due mesi è il fatto che si sfodera ancora una volta il "fattore spread" sostenendo che la speranza che un cambio di Governo avrebbe prodotto il suo progressivo abbassamento non si è verificata; ergo: l'aumento dello spread non era colpa del Governo dimissionario !
Penso a questo punto che si continui a far finta di non capire: sono le mancate politiche di quando gli altri stati agivano con decisione, per cui risalire la china oggi, con un ritoardo di oltre due anni non è uno scherzo per nessuno.
Inoltre, molti lo sanno , ma nessun lo dice, due solo le cause implicite che ci impediscono di reagire con efficacia per vedere ritornare i tassi nominali e quindi lo spread a livelli del passato:
- il primo riguarda la composizione del nostro debito; si tratta di oltre 1550 miliardi di euro con vita media di oltre 7 anni, il che significa che mediamente all'anno ne dovrebbero scadere circa 200 miliardi. In realtà nel 2012 ne scadranno molti di più - oltre 340 miliardi - e questo per effetto di una politica attuata proprio nel 2001/2002 laddove il Governo ed il Tesoro d'allora pensò bene di allungare per bene il passo alzando la durata media del debito, grazie ai bassissi tassi del momento.
Niente di più sbagliato perchè la buona vecchia regola del frazionamento del rischio impone sempre di dividere gli impegni per durata e per tipologia; per di più riemerge il fattore "volatilità" espresso in premessa che si accentua più si allunga il tempo a cui va aggiunto il fattore "sottilità" poiche le nostre emissioni pur importanti (si trata di 10/15 miliardi ogni due settimane) in un Mercato globale sono una goccia nel mare e si prestano pertanto in momenti di forte incertezza finanziaria ed economica a vari giochini da parte di investitori che cercano il loro massimo profitto.
Nel 2011 e soprattutto nel 2012 quindi accanto ad una mancata politica di rigore del Governo Italiano (almeno spero terminata) si è verificato un intasamento di debito da rinnovare, un eccesso di offerta insomma per cui la domanda ha si soddisfatto la richiesta, ma ha preteso, pian piano tassi a lungo ben più alti del passato, in contro tendenza a quelli emessi dal Tesoro tedesco o addirittura di quelli emessi dal Tesoro italiano a più breve durata.
La riprova è data dal fatto che il btp a 3 anni emessi a dicembre hanno spuntato tassi ben più bassi a quelli a 10 anni, intorno al 3,5%.
Peraltro la struttura degli altri tassi finanziari, come tasso di riferimento Bce, euribor ed Irs da 1 anno a 30 presentano saggi estremamente contenuti e compressi, quindi per nulla sintonizzati a quelli del nostro debito.
- come secondo, quel che infine è mancato, ed in tal senso vedo che il Governo in carica cerca di provvedervi con decisione e velocità, è stata la concertazione delle politiche fra gli stati europei, Germania, Francia e Italia in primis per cui ogni stato è andato per i fatti suoi, forse perchè è nel dna dei Governi di centrodestra, non pensando che l'unione fa sempre la forza, per cui nei momenenti difficili stare sul Mercato in ordine sparso si presta, come abbiamo visto progressivamente accadere, ad accacchi speculativi che si insinuano nelle differenze, nei punti deboli di ogni economia europea, non trattandola come una economia continentale, ma come una sommatoria di ecomomie slegate fra di loro.
Se andiamo a vedere i "fondamentali" dell'economia europea presi nel loro complesso non sono poi così dissimili - e soprattutto non sono cosi' indecenti - rispetto alle altre economie come quella del Regno Unito, degli Usa o del Giappone.
Il Governo passato di questo non si è occupato nè preoccupato, occupandosi più dell'apparire che dell'essere, anche per effetto della propria fragilità interna politica oltre a quella economica, finanziaria e sociale.
La proposta dell'euro bond fatta dal precedente Ministro del Tesoro Tremonti non era certo una idea peregrina sulla quale far convergere gli altri stati europei, ma andava fatta da una posizione di forza che implicasse una situazione finanziaria dello stato italiano inattaccabile ed una economia i crescita decisa.
Per di più si sbandierava una situazione finanziaria sotto controllo, ma a questo fatto i principali partner europei - a ragione - non ci hanno creduto, visti i postfatti.
Farla da una posizione di debolezza lasciava la scusa agli stati più forti come Germania e Francia di chiamarsene fuori, rifiutandosi di accollarsi parte del costo del nostro debito provocato da sperpero, malgoverno, e spesa allegra.
Un pò come sta cercando di fare il Regno Unito che tiene il piede in due staffe (sta nella Ue ma non nell'euro) perchè stenta ad accettare politiche comunitarie coordinate che peraltro non vede, confidando nel fatto di essere uno stato virtuoso ed una "piazza" finanziaria di primo piano e quindi al riparo da eventuali speculazioni (se non uno dei centri di speculazione).
Oggi che il Governo in carica ci ha messo un bel tappo, si presenta con l'attuazione di politiche di assoluto rigore e si appresta a ricercare linee di rilancio e crescita della economia interna; l'iniziativa va ripresa con decisione perchè la strada dell'unione è imprescindibile e su questo non possono giocare elementi fuorvianti come alcuni eventi elettorali di Germania e Francia che potrebbero essere di intralcio sia alle strade di politica comunitaria più logiche che agli stessi interessi dei loro connazionali.
La situazione resta critica per l'Italia se non si passa alla fase della crescita, ma lo sta diventando anche
per Francia e soprattuto Germania che non si può crogiolare sul fatto che l'efficenza e l'efficacia teutonica possa portare comunque vantaggi ai nostri partner d'oltralpe.
Germania e Italia sono i primi esportatori d'Europa e per di più sono i primi partner reciproci per cui se l'Italia non cresce non può soddisfare la domanda tedesca, ma per converso se non cresce non può nemmeno accogliere l'offerta tedesca.
Intendo dire che l'Italia può e deve crescere sia per consumi interni che per quelli esterni (tra cui la Germania), ma se non cresciamo si rischia di asciugare ciò che la Germania ci offre in termini di beni e servizi.
alle
4:12 PM
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mercoledì, dicembre 21, 2011
RIFORMA DEL LAVORO: BUON SENSO, CONTROLLO ED EQUITA'
Va premesso che nella storia repubblicana d'Italia la Sinistra, il Centrosinistra e i Sindacati non si sono mai rifiutati di adeguare ai tempi i rapporti di lavoro, pur sostenendo con forza i propri contributi posizioni.
Mi riferisco a fatti storici e fondamentali come gli accordi sulle Pensioni del dicembre 1969 ed al patto di stabilità del 1993 concertato sotto la direzione dell'allora Presidente del Consiglio Carlo Azelio Ciampi.
Quando invece parte del Sindacato ha cercato una concertazione a tutti costi con Governi di Centrodestra questi si sono risolti in una solenne buggerata come quelli avvenuti nel primo decennio di questo secolo.
Il perchè è presto detto: nel primo caso le convergenze si sono create pechè vi era soprattutto dalle parti direttamente interessate la diponibilità ad ascoltare le ragioni delle controparti, contraccambiate da altrettanta disponibilità al dialogo e alla ricerca di un punto di sintesi.
Nel secondo caso invece le maggioranze di Centrodestra sono state animate molto poco da questa disponibilità tanto che la situazione della struttura del mondo del lavoro si è deteriorata a tal punto che per valori assoluti delle retribuzioni e per la loro instabilità ci troviamo oggi un paese che cresce molto poco e si sta arenando sempre di più nelle secche di una economia bloccata se non addirittura recessiva.
La ricchezza di un paese è prodotta da investimenti non solo monetari ma anche culturali e tecnologici sul capitale (e quindi l'impresa) e sul lavoro.
Nonosante l'ampia apertura di credito patrocinata da governi di Centrosinistra per creare flessibilità nel mondo del lavoro, molte imprese hanno gettato al vento questa grande opportunità ed oggi ci troviamo di fronte ad una situazione veramene complicata e grave.
Si è creata una enorme dicotomia tra il Lavoro e l'Impresa poichè da un lato la scarsa natalità e l'allungamento della vita media ci impone di lavorare più anni rispetto al passato, mentre dall'altro, come detto più volte, il fattore lavoro appare come un elemento del tutto incidentale; questo spiega non solo l'espulsione dai processi produttivi dei lavoratori con 30/35 anni di lavoro alle spalle, ma la precarietà, non più flessibilità, dei nuovi giovani lavoratori.
E' evidente che urge un nuovo grande patto storico per tutte le parti poichè l'impresa non può aspettarsi di crescere nel tempo se le basi sociali, che sono il fondamento anche per la vita stessa delle imprese, vedono deteriorarsi progressivamente le loro basi economiche.
Peraltro non può essere solo e soltanto lo Stato che come vaso di compensazione riequilibra le situazioni critiche poichè le risorse finanziarie sono limitate per assioma, anche perchè se una economia non cresce, non possono crescere nemmeno le risorse che lo stato può utilizzare per la redistribuzione delle stesse.
Si è quindi guardato troppo alle situazioni contigenti attigendo alle opportunità di lavoro flessibile previste contrattualmente, ma si è pensato troppo poco alle prospettive che in pochi anni si sono avvizzite - nel loro complesso - tanto da far emergere le contraddizioni come i nodi al pettine.
Alla fine degli anni 90 la "fase uno" era quella di abbassare fortemente i livelli di disoccupazione, ma è mancata la "fase due" cioè quella di consolidare ed ampliare anche economicamente la base occupazionale.
La riprova è che oggi tra disoccupati e senza lavoro siamo a livelli più alti del passato e a questi vanno aggiunti i cassa integrati che non sappiamo ancora che futuro avranno (stiamo parlando di 900 milioni di ore di cassa integrazione).
Aggiungo che il sistema delle imprese (sia grandi che piccole)spesso si è rifugiata nella delocalizzazione attratta dalle incentivazioni e del costo della manodopera a basso costo perchè era la strada più facile ben sapendo o facendo finta di non sapere che poi i paesi che accolgono le nuove iniziative ominciano a crescere e i vantaggi competitivi si affiappiscono inesorabilmente; altre anziende invece non hanno mollato i "vecchi" mercati, sabilimenti e maestranze, ma hanno preferito allargare l'apparato produttivo in continenti lontani.
Un solo esempio appreso di recente: la Fila (Fabbrica Italiana Lapis ed Affini), primo produttore mondiale , che produce uno dei più vecchi prodotti in uso quotidiano, oltre che produrre e vendere ovunque, recentemente è entrata nel mercato Indiano acquisendo il controllo di una fabbrica di matite locale a dimostrazione che anche con prodotto "povero" (che non si presta per il suo valore intrinseco all'esportazione) ci sono possibilità di sviluppo; come dire: l'impresa italiana se s'impegna potrebbe vendere forni in Africa e freezer agli esquimesi.
Qualche grande imprenditore ammette che il sistema delle imprese non ha operato con saggezza e indagando qua e la se ne possono trovare tracce assai evidenti, tracce che fanno emergere livelli retributivi sempre più modesti oltre che incerti.
Lavoratori assunti in vario modo a tempo - esistono anche quelli "a chiamata" - non hanno solide basi economiche e questa precarietà si riflette sullo sviluppo sociale, economico e demografico di un paese.
Per di più presentano caratteristiche veramente anomale che rasentano l'indecenza e sono frutto dell'ingordigia di molti e degli scarsi se non nulli controlli.
Oltre alla occupazione in nero esiste l'occupazione "mista" parte in regola e parte in nero, esistono retribuzioni in piena regola, ma con la retrocessione di parte del netto al datore di lavoro (formula utilizzata per i rapporti di lavoro con lavoratori stranieri ai quali interessa una retribuzione lorda alta per mantenere il diritto al soggiorno), messe in regola al minimo (20 ore il mese in regola contro 140/160 effettive) oppure rapporti a progetto o temporanei, reiterati per anni senza che nessuno controlli e dica nulla.
Tutto questo poi si riflette sul sistema contributivo delle pensioni il cui flusso non corrisponde al vero e reale e significa quindi costituire fondi per la pensione ancora più modesti di quelli che si costituirebbero se tutto fosse regolare.
La realtà, per effetto di politiche pseudo liberistiche, è che nulla è cambiato (anzi peggiorato perchè non se ne vede il futuro) rispetto a 40/50 anni: a parte lo Stato ed Enti Pubblici un tempo se non avevi fatto la naja non ti assumeva nessuno e se donna non appena ti sposavi - temendo le possibili maternità - trovanano il modo per interrompere il posto di lavoro.
Oggi la realtà dimostra che i contratti flessibili portano alla instabilità e alla precarietà per cui la grande occasione è costituita da questo Governo Monti che può metter mano ad una struttura che ha dimostrato di essere fragile, antieconomica ed immorale.
Sta montando in questi una grossa polemica forse a causa del fatto che il Sindacato ci va cauto perchè non si fida, ma è altrettanto vero che solo un Ministro del Welare veramente equidistante dalle parti può trovare la giusta formula per rimediare ai danni fatti.
La questione dell'art. 18 della Legga 300/70 è un falso problema perchè la giusta causa esiste eccome, mentre la ingiusta causa è chiara e ben nota a tutti.
Quindi qui si tratta di trovare il modo di buttare a mare tutta la pletora dei contratti a tempo visti i danni prodotti alle imprese, alla società e all'economia per cui possano esistere solo quelli a tempo indeterminato e quelli stagionali per turismo e agricoltura(anche qui bisogna vedere di che si tratta poichè le nostre regioni per esempio hanno quasi sempre pluri colture ) e se si tratta di flessibilità in entrata questa deve essere temporanea caso mai assistita non da sgravi contributivi (abbiamo visto già abbastanza porcherie), ma da crediti o sgravi (irap) d'imposta.
Parlo di flessibilità in entrata perchè è l'abbrivio al lavoro che va assistito, stimolato ed incentivato e non una flessibilità tout court perchè altrimenti ce la ritroveremmo, con il sopraconto, nella fascia dei lavoratori dipendenti con più anni di servizio per cui si rischierebbe di trasformare la precarietà del lavoro giovanile con la precarietà del lavoro di mezza età!
Questo fatto non deve preoccupare certo gli imprenditori perchè l'Italia ha bisogno di crescere economicamente in tutte le sue componenti, comprese le retribuzioni stabili, per cui quel che apparentemente potrebbe essere un sacrificio nel sostenere assunzioni stabili, ci se lo ritrova poi con un incremento di produzione per effetto dell'aumento della domanda complessiva.
Alla luce di questo inoltre vanno ridisegnati il sistema degli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione nelle sue varie forme (che peraltro non tocca tutti i tipi di impresa) non già per depotenziarla, ma renderla ancora più efficce pur alla luce della conomicità; nel passato abbiamo assistito a "casse" con durate interminabili, ma anche oggi assistiamo ad un uso talvolta improprio e disinvolto poichè affronta le situazioni contingenti, ma non il riavviamento al lavoro (abbiamo peraltro assistito a qualche azienda che vi ricorreva e i dipendenti, in nero, continuavano a lavorarci).
Mi ricordo e vi ricordo una frase di un giovane imprenditore informatico campano in risposta alla domanda del perchè tendesse ad assumere - a parte qualche stegista - sempre personale a tempo intederminato: " premesso che non ho le renne sotto casa, ... assumo personale (oltre 100 dipendenti)adeguato, a tempo pieno e indeterminato, perchè mi devo occupare dei miei clienti (sparsi per l'Italia) e dei miei prodotti e servizi; se mi devo anche preoccupare di tenermi stretti i dipendenti (che nel settore sono peraltro molto "volatili") è meglio che mi dedichi ad un altro mestiere ! ""
alle
2:36 PM
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sabato, dicembre 03, 2011
GOVERNO MONTI: DECRETO SALVA ITALIA
Mi sono astenuto dall'esprimere modeste considerazioni sull'opera che il nuovo Governo Monti si apprestava in questi giorni ad avviare poichè aspettavo di valutarne gli effettivi contenuti, perchè è forse la prima volta che un governo "tecnico" si occupa e preoccupa con la sua azione di rilanciare l'Italia avvitatasi ormai da almeno 10 anni, situazione che sta preoccupando non solo gli italiani, ma anche L'Europa visto che la nostra salvezza contriubuirà fortemente a rafforzare l'euro.
Ora che il primo decreto è stato presentato ieri sera con estrema chiarezza e dovizia di particolari penso che occorra dare in particolare estrema attenzione alla premessa che ha fatto il Prof. Monti.
Ha detto che la colpa della nostra situazione interna non è dell'Europa, ma di noi italiani, tutti.
Questo appare assolutamente vero perchè un pò tutti hanno sperato in passato nello stellone italiano che sistemasse le magagne che il ceto politico, nominato da noi, continuando a mantenere i nostri piccoli o grandi vantaggi, indicando le colpe degli altri (operazione in cui è stato maestro il Cav. Berlusconi) e auto assolvendosi o sottacendo per le proprie.
La situazione dell'alto debito è scoppiata nel lontano 1992, ma da
allora, a parte le azioni per rientrare con fatica nell'euro, abbiamo pensato bene di
non continuare in quel percorso vitruoso, ma di pensare che il tifone
fosse passato, mentre invece il debito cresceva, limitandosi a contenere
la percentuale sul Pil, facendo finta di non vedere che la massa
cresceva invece come il latte suo fuoco.
Nel 2001 infatti il debito era
1300 miliardi (e il Pil 1350) mentre oggi è 1900 miliardi senza che
tutta questa enorme massa di denaro sia stata utilizzata per scopi di
crescita economica del paese (infatti il Pil è a 1550 miliardi).
Peraltro il rapporto debito/pil doveva scendere al 60%, ma in 10 anni
non si è fatto nulla prer creare un disavanzo robusto e costante per
raggiungere l'obiettivo (infatti siamo al 130%).
Nel 1995 la "riforma Dini" aveva sancito il principio che il meccanismo
del "retributivo" non poteva in prospettiva più funzionare poichè - a parte le baby pensioni che furono eliminare - il rapporto 3 (lavoratori) a
1(pensionato) si stava velocemente invertendo modificato dal fatto che crescevano le aspettative di vita e diminuiva la natalità netta interna.
Negli anni successivi
(soprattutto in questo ultimo decennio)quando si doveva avera fatto già
il secondo passo per passare definitivamente al "contributivo" in forma più graduale ed indolore, si è
preferito prender tempo addossando alla fiscalità generale i costi
aggiuntivi, che i nuovi occupati o se vogliamo i precari, con le
retribuzioni (modeste) e con i contributi conseguenti, non potevano certo coprire.
Certo ora bisogna trovare una soluzione onorevole per quella fascia di
lavoratori precoci che sono in bilico tra età, anni di contribuzione e
nuovi limiti di età pensionabile, insieme ai lavoratori che praticano
lavori usuranti (per la loro e la nostra sicurezza).
Queste devono essere trattate a parte (e velocemente)con rispetto perchè
sono doverose eccezioni, ma la regola generale e finalmente o purtroppo
presa, visto che la fiscalità generale(anche per la scarsa crescita)non
potrà mai essere in grado di coprire queste maggiori spese
pensionistiche.
Altro tema riguarda i contratti di lavoro dal primo impiego che non
potevano essere certamente oggetto di questo primo decreto legge: oltre
che i lavoratori anche le imprese devono essere messe di fronte alle
loro responsabilità eliminando tutti i contratti esistenti (a parte
quelli veramente stagionali) trasformandoli in contratti a tempi
indeterminato.
Di porcherie commesse e subite - più o meno inconsciamente - ce ne sono
da scrivere un libro perchè tanto c'è sempre Pantalone (lo Stato) che
paga.
Intendo dire che le maglie larghe del lavoro hanno consentito il mantenimento di rapporti di lavoro precari e pure in nero, perchè nei rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori prevaleva spesso la reciproca convenienza, fregandosene altamente del fatto che il sistema previdenziale non veniva (e non viene) adeguatamente alimentato.
Sulla patrimoniale ricordo che riguarda i patrimoni, non i redditi (come si sente dire)che sono colpiti da irpef/ires e addizionali.
L'Ici reintrodotta(sulla quale il prof. Prodi intendeva fare un semplice
robusto sconto sulla prima casa)è un altro tipo di tassa patrimoniale, che peraltro si pagava fino a pochi anni or sono (2008!).
Tassa patrimoniale è pure la tassazione dei dossier titoli, dei depositi
scudati, delle auto potenti, delle barche e dei posti barca (oltre 10
metri); quindi di che stiamo parlando quando non ci pare di vedere tasse patrimoniali ?
Se per patrimoniale intendiamo solo quella che può colpire i super
ricchi, di quanta gente e di quanto gettito stiamo parlando ?
Per avere risultati apprezzabili dovremmo dare corso un "esporio proletario" che
mi pare utopia pura; è preferibile pezzetto per pezzetto creare una
rete impositiva che non tralasci di colpire qualsiasi espressione di
eccessiva ricchezza, poichè sappiamo tutti che la grande evasione fiscale che affligge l'Italia (dai 120 a 200 miliardi l'anno di imponibile) è spalmata tra - chi più chi meno - tutti i contribuenti, non solo quelli super noti a noi tutti.
Personalmente, politicamente, sono sempre stato un perdente dalla parte dei
perdenti, ma non per questo penso che sia sufficiente dire che.. "si
arrangino coloro che ha combinato il disastro" per il semplice fatto che
i (sino a ieri)vincenti hanno dimostrato tutto l'interesse a nor far
nulla, nemmeno di fronte al probabile default dell'Italia (che
graverebbe sul collo nostro e non sul loro).
Sui costi della politica faccio notare che senza tante storie il prof.
Monti ha cominciando decollando le amminstrazioni provinciali; che gli
altri continuassero pure nel balletto privincie si o provincie no,
poichè i 10 gatti che rimangono si deveno mettere a panci a terra per onorare il loro mandato elettorale.
Certo non sono rose e fiori, ma siamo tutti in alto mare, mentre chi ci ha messo in questa situazione se ne sta zitto zitto.......
Quella d'oggi è una medicina parecchio amara per gli italiani, ma è l'occasione, la grande opportunità per l'Italia, sta nel fatto che questo Governo può compiere senza alcun condizionamento tutte quelle azioni utili alla ricostruzione poichè non ritengo che iniziative antipopolari possano spingere i partiti che lo sostengono a distinguo o a repentine invesioni.
Confido invece nella capacità di questo Governo di mettere tutti gli italiani e quindi anche i partiti che compongono l'arco costituzionale difronte alle loro responsabilità, ben sapendo che se questa azione sarà assai mirata e calibrata non vi potranno essere alibi, in realtà insostenibili e che quella compagine partitica e parlamentare che volesse chiamarsene fuori verrebbe additata al pubblico ludibrio (la Lega è sulla buona strada).
Equità, crescita e rigore sono i tre principi che mi sembrano toccati in questa prima fase, confidando che nella pratica e con le prossime iniziative, che sembrano all'orizzonte molto vicino, questi siano ancor più chiari e concreti.
alle
8:56 AM
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