venerdì, febbraio 08, 2008

PERCHE’ NO ! AL PARTITO DEL “NON VOTO”

Alla vigilia di ogni campagna elettorale per il rinnovo della Legislatura appare spesso il partito del “non voto” che è certamente espressione di una certa insoddisfazione e delusione di come è trascorsa la legislatura scaduta per vita naturale o per la caduta irreversibile della maggioranza che sosteneva il Governo eletto, ma che non può essere una espressione politica attiva per la prosecuzione di una attività politica che comunque è necessaria.

Esiste certamente una percentuale di iscritti alle liste elettorali che storicamente non si presenta ai momenti elettorali, ma rappresenta comunque una percentuale che, pur importante, rientra nello stato delle cose, con motivazioni così disparate da non costituire un fenomeno di disaffezione nei monenti di rappresentanza politica.

In paesi di stampo anglosassone addirittura, come negli Usa, per esprimere il voto occorre necessariamente iscriversi alle liste elettorali ,per cui le percentuali di voto sono molto basse (poco più del 50% degli aventi diritto), ma negli stati europei l’adesione al voto viene considerata sempre come un diritto-dovere.

Sarebbe ovviamente tropo semplicistico controbattere con questa tesi il partito del “non voto”; i motivi in realtà sono molto complessi ed articolati, ma riconducono tutti ad un principio: la politica è l’arte del possibile e pertanto non è detto che una scelta fatta in passato e rivelatasi, dal punto di vista dell’elettore o meglio da una parte dell’elettorato, poco azzeccata o soddisfacente, non possa essere corretta da una nuova votazione che contribuisca a rimediare agli svantaggi ottenuti o agli obiettivi mancati.

Il malcontento, anche in questa fase di nuove elezioni, può essere comprensibile, soprattutto da parte di chi ha contribuito alla formazione di una maggioranza dimostratasi poco efficace o addirittura sfaldatasi in “corso d’opera”, ma da qui a dire : non ci sto più ! ce ne corre.

Certamente l’elettorato non è una entità indistinta bensì costituita da almeno due grandi classi: quella che esprimendo il voto punta a risultati che diano risposte di tipo “collettivo”, mentre l’altra dia risposte di tipo “individuale” o di raggruppamento.

Inoltre i modelli politici ed elettorali che si formano nel tempo non sono immobili e ripetitivi per cui non è detto che insistere e persistere sull’uno o sull’altro, sia la via giusta per raggiungere obiettivi o risultati soddisfacenti; vi è invece il pericolo che questo comportamento contribuisca ad una cristallizzazione del sistema e la nascita di staticità e pessime abitudini che portano direttamente al voto di scambio (io e i miei amici ti votiamo, e tu, eletto, penserai a me ed ai miei amici e a quelli che ti indicherò !).

Già questo avviene, anche se non in modo generalizzato, per cui esprimere il proprio dissenso anziché votando in modo diverso, ma astenendosi non votando, si rischia, pur non volendo, a contribuire a perpetuare tutte quelle storture che ci hanno fatto infuriare.

Ma venendo ai giorni nostri dobbiamo riconoscere che la nascita del bipolarismo, sorto per evitare le frammistioni tra partiti che hanno portato ad un sistema finito poi nelle aule giudiziarie, ha dimostrato il suo tempo; in quindici anni, pur con la nascita dal nulla di un partito personale come Fi e solo recentemente dal Pd, dobbiamo riconoscere che nel panorama politico non è successo nulla di nuovo e che la politica sviluppata non ha prodotto alcun cambiamento radicale (a parte l’entrata nell’euro, o la modifica in più volte, del sistema pensionistico) tale da modernizzare lo stato in modo analogo alla modernizzazione che invece, con tante difficoltà, ha coinvolto la società civile.

Questo ha portato invece ad una certa auto referenzialità del sistema politico, ad un progressivo allantonamento dal paese reale, per cui si impongono nuovi modelli politici, nuovi programmi ed anche alleanze più coese.

Bipolarismo dicevo, dove la definizione netta di due schieramenti non è più (o non è mai stata) garanzia di governabilità, ma soltanto di alternanza, sterile comunque poiché, soprattutto in queste due ultime legislature, si sono visti i sui limiti incontestabili, a prescindere dalle maggioranze raggiunte più o meno solide.

Nell’arco del centrosinistra di tentativi di rinnovare, veramente, se ne son fatti molti: dapprima all’Ulivo e poi all’Unione, ma va riconosciuta la volontà di ricercare nuovi modelli politici aggreganti, per poter meglio esprimere una politica più avanzata e moderna.

Chi ha contribuito a questo ha saputo anche fare autocritica (anche se non in modo particolarmente esplicito) e proporre evoluzioni del sistema che cambiasse anche negli atteggiamenti e nei modi per realizzare effettivamente questa seconda repubblica.

Il tentativo di ritornare a vecchi schemi non è mai morto però; lo si vede ancora più chiaramente nell’azione politica della coalizione di centrodestra, che a parole ha lanciato più volte proclami liberistici e di modernizzazione, ma in realtà la musica suonata è sempre quella, anche in partiti localistici come la Lega la quale fa proclami pseudo-rivoluzionari, ma poi nella pratica esercita il potere ottenuto con metodi vecchi, che la seconda repubblica dovrebbe aver messo in soffitta.

I comportamenti di entrambi gli schieramenti di fatto non convincono e se persistono, questo si potrebbe giustificare la posizione del “non voto”, ma quando emergono novità di strategia e di programmi, va dato ancora una volta (mai demordere) credito, vanno messi alla prova dei fatti e giudicati ex post.

Il primo a muoversi è stato il centro sinistra con la creazione di un nuovo partito, il Pd, dopo una gestazione di parecchi anni (solo a un Berlusconi, eccezionalmente, può riuscire di farne uno dalla sera alla mattina) che ha cominciato a scombinare le carte già nella sua coalizione e visto come è finita questa legislatura non vi sono poi così tante altre alternative: fare marcia indietro oppure ammettere, come l’elettorato ha ben visto, che il progetto dell’Unione è fallito o ha fatto il suo tempo; sarebbe irresponsabile pertanto reiterare modelli simili (se pur corretti) andando incontro al chiaro pericolo di non incontrare apprezzamento da parte dell’elettorato di riferimento, o, peggio ancora, di mancare obbiettivi e programmi.

E’ certamente più chiaro, e spero premiante, in questo schieramento evolvere verso nuovi modelli e nuovi progetti per cui appare interessante l’iniziativa del Pd e mi auguro ne sorga ben presto un’altra, analoga da parte della galassia dei partiti della Sinistra (del resto “cosa rossa” ha cominciato a veleggiare in risposta alla nascita del Pd) dove appaiano chiari in entrambi programmi, obbiettivi e possibili alleanze.

Tra l’altro questa grande novità ha messo di fronte i partiti del centrodestra alla necessità di misurarsi con accordi politici e programmatici che non possono più essere omnicomprensivi, dimostrando chiaramente che le difficoltà che possono aver afflitto in centrosinistra sino a farlo cadere, si possono ripresentare allo stesso modo nel centrodestra, anche nel caso in cui vincesse in modo chiaro e netto.

In quest’ottica è troppo interessante e gustoso astenersi: la curiosità di come potrà andare a finire è più che sufficiente per analizzare, giudicare e quindi votare.

Siamo alle prime battute perché si parla, per il momento spero, di schieramenti ed eventuali alleanze; il bello verrà quando si presenteranno i programmi; il centrosinistra non ha più la necessità di predisporre programmi simili ad un vocabolario perché basteranno pochi temi chiari per indicare la propria azione futura, facendo comunque molta attenzione a non riproporre vecchi schemi che richiamino o rimpiangano il passato.

Il centrodestra avrà il suo bel daffare perché con i “contratti con gli italiani” ha già fatto meschine figure e perché, pur con le alleanze che si stanno delineando, non vengono sciolte assolutamente le divergenze di fondo (statalismo e federalismo maccheronico sono come il diavolo e l’acqua santa)che sono alla base della sua fragilità politica; magari elettoralmente il risultato sarà più soddisfacente, ma l’azione risulterà senz’altro molto ferragginosa.

La pletora dei partiti di centrodestra è enorme, anche per effetto dei partiti transfughi dal centrosinistra o nati da costole dei partiti “pilota”, per cui sarà necessario grande lavoro per trovare formule di risposta, aggravato dal fatto che questo centrodestra ha imparato anche troppo bene i meccanismi della prima repubblica, nonostante i proclami di modernizzazione e di liberismo.

lunedì, febbraio 04, 2008

“TERRORISMO” MEDIATICO

Penso che i principali media – televisione e quotidiani – debbano necessariamente rispettare una semplice regola cioè quella di informare su qualsiasi tema l’opinione pubblica ricordando che, anche in informazioni a tema, debba essere rispettata sempre la chiarezza sia nella esposizione dei fatti che negli eventuali commenti conseguenti.

In effetti quando si tratta di informazioni a tema, soprattutto televisive qualsiasi sia l’emittente, l’opinione pubblica è predisposta ad ascoltare dedicando il tempo necessario, mentre molto spesso nelle informazioni dei vari tg o anche nei titoli di testa dei quotidiani e settimanali, forzando la indubbia necessità di sintesi, si affermano spesso tesi assurde, distorte e, quel che è peggio, addomesticate, approfittando dell’ovvia fettolosità degli ascoltatori e lettori.

Intendo dire che molto spesso, sempre di più rispetto al passato, si “sparano” notizie e dati che poi a ben guardare si rivelano meno allarmanti, ma nel frattempo l’informazione distorta può contribuire a farsi un’idea altrettanto imprecisa.

Certo, siamo in pre campagna elettorale, e i colpi bassi si sprecano, ma l’uso dei media in modo spregiudicato, possono contribuire non poco a formare orientamenti del tutto legittimi, ma poggianti su informazioni distorte, o a rafforzare le singole convinzioni; a ben guardare si cerca di creare percezioni o a crearne di nuove, ma il termine stesso sta ad indicate una sensazione, un sospetto che non necessariamente poi viene confermato dalla realtà dei fatti. .

Se ci fate caso da qualche settimana a questa parte è cominciato il grande battage sul livello di ricchezza degli italiani ed alcune emittenti continuano a trasmettere gli stessi eventi che senz’altro sono veri, ma che non rappresentano certo una realtà diffusa e soprattutto se non trovano riscontro in una parte degli ascoltatori, comunque insinuano il timore che quella certa situazione incomba immanente su di loro.

E’ poi vero che se l’ascoltatore ha tempo e modo di approfondire,questo messaggio distorto può essere annullato, ma se così non fosse ecco che l’orientamento può radicarsi e portare a conclusioni anch’esse errate.

In questi giorni su Italia 1 continuano informazioni sullo stato della economia familiare estremamente dilatate per cui un problema reale così ingigantito diventa un problema o un pericolo per tutti, mentre invece il fenomeno esiste certamente, ma con drammaticità più contenute.

In una trasmissione si inizia informando che una signora si sentiva umiliata per un debito pe affitto di mille euro all’ Iacp; seguiva una intervista ad una coppia di sposi in attesa del primo figlio nella quale dimostravano conti alla mano le difficoltà nel far quadrare il bilancio; la conduttrice evidenziava che il fenomeno è generalizzato e a dimostrazione mostrava circa 600 email che raccontavano di situazioni analoghe.

La cosa mi ha colpito, ma mi ha anche fatto riflettere perché se da un lato ci possono essere situazioni precarie è anche vero che per fare ascolto è sempre bene sparale grosse: infatti la coppia nello specificare i vari capitoli di spesa affermava che in due persone spendono al mese circa 700 euro per l’alimentazione (il che mi sembra obiettivamente tantino); inoltre i 600 scrittori di email si sono dichiarati ( o sono stati inseriti non si sa bene con che criterio) nella fascia di povertà: sarebbe interessante leggere ciò che hanno effettivamente scritto anche perché mi sembra singolare che, se quella è la loro realtà, abbiano tempo e denaro per “smanettare” sul computer via internet.

Ma l’escalation non finisce qui perché sempre sulla stessa rete si fanno vedere immagini di anziani che vanno a cercare frutta e verdura tra le cassette dei posteggi al mercato servito da interviste, nelle quali si afferma di non mangiare più carni, anche quelle ormai a prezzi proibitivi.

Sempre lo stesso servizio (peraltro ripreso in modo un po’ più chiaro dalla Rai) affermava che il prezzo della carne è aumentato di oltre il 400% !

Analizzando meglio le informazioni balza subito all’occhio che un fenomeno certamente drammatico è per fortuna circoscritto e quindi le iniziative possono essere più facilmente messe in campo, mentre l’informazione sui prezzi della carne sono una grandissima bufala: infatti non si raffrontano i prezzi al consumo in un dato periodo di tempo (per esempio dal 2000 al 2007), ma raffrontando i prezzi pagati all’allevatore e quelli pagati dal consumatore al banco !

Il problema quindi è quello annoso dei cosiddetti “ricarichi” legati molto spesso al sistema distributivo assai sfilacciato e non ad un incremento repentino come avviene per i prodotti petroliferi.

Posto in questo modo distorto invece si capisce ben presto dove certa informazione vuole andare a parare.

Quando si tratta infine di divulgare le ricerche Eurispes un po’ tutti vanno a piluccare fra i dati per far passare un’idea, molto spesso contraddetta dai dati sinteticamente esposti, mentre quando la relazione della Banca d’Italia analizza scientificamente il fenomeno spiegando origini, tempi e modalità ecco che molti sorvolano in modo sfacciato per non divulgare dati e considerazioni che porterebbero ad altri risultati ed ad altre cause.

Continuando, sulla Legge 194 se ne parla nuovamente da almeno un anno, quando il Governo Prodi, lanciò la Legge sui Dico (quella si abortita), soprattutto con interventi precisi da parte della Chiesa Cattolica (anche in questi giorni in Spagna alla vigilia delle elezioni politiche) e solo ieri viene divulgato un documento di specialisti neonatali nel quale, per come presentato, sembrerebbe sostenere la repulsione alla legge in vigore e quindi alla sua abrogazione o, per lo meno, alla sua modifica.

In realtà la posizione espressa, peraltro anche da altri luminari, intende semplicemente ribadire l’obbligo deontologico di intervento in caso di feti vitali escludendo comunque l’accanimento terapeutico; tutto questo in virtù del fatto che l’evoluzione della scienza nella specifica materia ha fatto nel tempo passi da gigante e che quindi sarebbe in grado di efficace assistenza anche in gestazioni di 22/26 settimane, cosa clinicamente impossibile trentenni fa.

Toccare quindi un tema così delicato con informazioni “mordi e fuggi” non possono essere giustificate dalla necessaria sinteticità dell’informazione, ma fanno sorgere il sospetto che gli scopi siano ben altri.

In realtà la grande novità è quella scientifica che impone certamente riflessioni, ma che è riduttivo collegare esclusivamente agli interventi abortivi quando riguarda, molto di più, gli interventi sulle gestazioni a rischio.

Certo questo impone anche di ripensare alla convenzione entro cui l’intervento abortivo è consentito, ma farne – tout court - una guerra di religione ed etica appare una vera forzatura.

Anche sulla sicurezza ogni giorno si punta al sensazionalismo che va dagli incidenti automobilistici causati spesso dall’uso di droghe ed alcol o da fatti di cronaca nera in cui l’informazione viene usata non per comunicare situazioni critiche e comportamenti drammatici, ma per far trarre dall’opinione pubblica conclusioni sul sistema di prevenzione e sull’incapacità di governo dei fenomeni; sul fenomeno degli incidenti automobilistici si dimentica spesso che questo è, in realtà in calo, anche per effetto di prevenzione e repressione, mentre la tipologia emerge per il semplice fatto che in precedenza non venivano fatti controlli specifici sulle persone coinvolte per l’uso o abuso di alcol e droghe.

Tutte queste sembrano sempre più denuncie sensazionalistiche (come il Vernacoliere che livornesi e toscani ben conoscono) piuttosto, informando correttamente l’opinione pubblica, temi che devono essere affrontati e soprattutto risolti o ridimensionati definitivamente da chi ne ha competenza ed onere.

Nella realtà poi queste attenzioni esasperate non possono essere tenute dai media per molto tempo per cui si trasformano in “campagne” ne più ne meno di quella delle polveri sottili, dei possibili default elettrici, delle immondizie o ancora più drammaticamente di quelle sugli stupri e delle morti bianche.

Sui fatti di cronaca nera, se ci fate caso, siamo tutti portati a sapere chi ha commesso reati piuttosto del perché; andiamo a verificare subito se sono coinvolti stranieri extracomunitari ed irregolari, prima di informaci ed essere informati sulle cause dei fatti; fatti come Erba, Perugia e ieri Cairo Montenotte vedono focalizzare l’attenzione sui soggetti coinvolti (o presunti tali) piuttosto che sui singoli fatti e sulle possibili cause che li hanno prodotti.

Concludendo i canali mediatici sono quindi un grande supporto per l'informazione, ma ben sapendo della loro possibile manipolazione, occorre che il senso critico dell'opinione pubblica sia molto più elevato di un tempo, per evitare orientamenti distorti dei quali, magari troppo tardi, di potremmo renderci conto e amaramente pentirci.

sabato, febbraio 02, 2008

LE ANALISI STRUMENTALI SUL ‘68

Ricorre il quarantesimo dal grande evento politico, sociale ed economico che è rappresentato del “’sessantotto” e a fronte delle analisi pur critiche, ma del tutto corrette, ecco che come, le api sul miele, appaiono analisi del tutto strumentali che evidenziano certamente le devianze ed anche le drammaticità di quel periodo, ma nascondono del tutto una lettura obiettiva di quel periodo, delle premesse storiche e delle evoluzioni (ed anche involuzioni) susseguenti.

Affermare come si sente dire in questi giorni che il ’68 è sostanzialmente la causa del terrorismo in Europa dilata, esasperandola, certamente una responsabilità, forse anche una contiguità in certi casi o una sua degenerazione, ma da questo concludere che è stato solo questo significa mistificare la realtà.

Intanto il fenomeno ha riguardato sia l’Europa che gli Stati Uniti ed è iniziato molto prima ed è terminato molto dopo l’anno indicato e la base poggia su principi ed ambizioni legati alla pace, alla libertà, al miglioramento della società civile, allo studio, allo sviluppo di schemi politici nuovi che smontassero l’ingessatura del quadro politico mondiale scaturito dalla fine della seconda guerra mondiale, con la creazione dei “blocchi”, acuita dalla guerra fredda, rappresentata dal più grande paradosso costituito dalla costruzione del muro di Berlino.

Andava infatti esorcizzato il simbolo del potere hitleriano è nacque, dopo la divisione in zone dell’ex capitale, un muro in prefabbricato voluto dall’ Urss con la convenienza inconfessata del Patto Atlantico.

Già l’amministrazione di John Kennedy con il suo “american dream” cercò di innovare la politica, la società e l’economia americana e di riflesso quella mondiale (in prosecuzione ideale del new deal di F.D. Roosevelt) cercando di rimuovere “l’apartheid che ingessava l’ America e la guerra in Vietnam che costava al paese sacrifici e morti per nulla comprensibili alla maggioranza dell’opinione pubblica.

Queste sono le premesse ad un cambiamento mondiale delle varie società purtroppo interrotte drammaticamente sia dall’assassinio del Presidente Kennedy nel ’63, sia del fratello Robert nel 1968, preceduto circa due mesi prima, drammaticamente, dall’assassinio di Martin Luther King (l'America riconosce i suoi errori e i suoi eroi tanto che il 15 gennaio anniversario della nascita di quest'ultimo è festa nazionale).

Sono queste drammaticità che hanno però lasciato il segno nelle comunità mondiali, indicato percorsi alternativi che spingessero verso la pace e verso le eguaglianze dei popoli e delle varie comunità e l’ “I have a dream” di King non resta una frase morta, messa li senza significato e senza futuro, ma diventa soprattutto tra tanti giovani ed progressisti di tutto il mondo una bandiera, un concetto di aggregazione e nello stesso tempo di cambiamento.

Cambiamento che rimbalza ovunque in Europa, travalicando anche i “blocchi” con la Primavera di Praga (5 gennaio – 20 agosto 1968) dove le ingessature dei sistemi politici, anche quelli comunisti, vengono messe alla corda, anche se si trasformeranno in eventi drammatici, perché poi alla fine la storia presenterà loro il conto non molti anni dopo.

Questo è il contesto politico, economico e sociale che credo di aver reso abbastanza nitido e a questo vanno aggiunte nei vari paesi – europei soprattutto - le peculiarità che hanno alimentato questa rivoluzione pacifica e pacifista.

Nel maggio ‘67 comincia la Francia dove emerge sempre più la necessità di uscire definitivamente dal periodo colonialista che nel ’64 aveva raggiungo l’apice più drammatico con la guerra d’Algeria.

L’opinione pubblica si sente ormai lontana dai drammi della seconda guerra mondiale esi aspetta ed auspica un balzo in avanti sul piano economico, sociale e politico.

Lo stesso vale per l’Italia dove il boom economico ha indicato le potenzialità e le aspettative che si potevano auspicare, mentre lo sviluppo politico che pure c’era stentava a tenere il passo.

Lo stesso riguarda altri stati europei soprattutto la Germania ormai fuori dai risultati drammatici di due guerre mondiali perse ed una dittatura che ha prodotto danni che ancora oggi aleggiano nelle società.

In questi contesti i principi di eguaglianza, di eguali opportunità, del diritto allo studio, della rappresentatività, dell’attività politica divengono parlar comune e divengono un effetto dei progetti politici degli anni precedenti e sono la fucina per i futuri cambiamenti che avverrano anche in Europa non pochi anni dopo.

Esiste infatti in filo conduttore tra la rivoluzione dei fiori americana, al maggio francese, al
‘68 italiano ai “garofani rossi” portoghesi (che abbattono la dittatura), dove si gettano le basi per un rinnovamenti su tutti i temi sociali, politici, culturali ed economici; è in sostanza una linea di demarcazione, uno spartiacque, che lanciano il mondo verso il progresso generalizzato che si estenderà anche se non in modo compiuto anche nei paesi dell'Asia e del terzo mondo.

In Italia, ma non solo, accadono anche false interpretazioni che, purtroppo, ci trasciniamo ancor oggi: l’eguaglianza spesso si trasforma in egualitarismo, il diritto allo studio ( con l’eliminazione delle scuole industriali, l’introduzione della scuola dell’obbligo e l’apertura dell’università a tutti i diplomi) spesso rischia di trasformarsi in diritto – comunque - al titolo di studio, i diritti neo-dinastici non sempre in puro merito, il diritto al lavoro ed al salario non sempre è accompagnato dall’etica del lavoro.

Quel che più ha preoccupato però sono il tipo di evoluzione della politica dove, accanto alla modernizzazione di partiti vetusti e legati ai “blocchi” (si pensi al grande balzo di consenti ottenuto per anni dal Pci condotto da Enrico Berlinguer), nacquero degenerazioni che nulla hanno a vedere con questo fenomeno: il terrorismo di sinistra controbilanciato da quello di reazione e di destra ha stravolto e piegato, questa modernizzazione, ad ideologie del drammatico passato.

Ecco che chi dice in questi giorni che il ’68 è la matrice del terrorismo e della diffusione di massa delle droghe, non meriterebbe commenti proprio perché preferisce non analizzare seriamente la storia ed inquadrare invece i problemi correttamente senza così addossare responsabilità per pura comodità o,peggio ancora, per strumentalità.

Il terrorismo manifestatosi in quegli anni e seguenti, pur altamente drammatico, è stato un fenomeno per fortuna circoscritto per entità e adesione e pur con difficoltà è stato sostanzialmente eliminato, mentre gli effetti complessivi del “sessantotto” si sono protratti per anni sollecitando tutti al cambiamento pacifico nell’economia, nella società, nella politica e nella cultura.

Il terrorismo in realtà ha tante anime legate a fattori i più disparati, ma molto spesso legati a matrici etniche o religiose, che permane tuttora, con focolai che si spengono con fatica e definitivamente in certe zone, mentre nascono o rinascono nuovi, con altre matrici e con altri scopi in altri luoghi.

Sostenere quindi che il concetto di terrorismo è un principio insito nel fenomeno del “sessantotto” è una solenne bestialità.

Lo stesso dicasi per l’uso delle droghe (leggere): il loro uso può essere stato una manifestazione – per me riprovevole – di “rottura”, di anticonformismo, ma non centra nulla con la diffusione generalizzata delle cosiddette droghe pesanti degli anni successivi; innanzitutto perché il loro uso –nei ceti più abbienti - esisteva in Europa sin dall’ottocento e il suo uso generalizzato è per lo più legato a fattori essenzialmente sociali (per i consumatori) e politici (per i produttori).

Sostenere una diretta correlazione con il “sessantotto” rappresenta una assurdità evidente, quasi a voler sostenere che l’emancipazione economica e sociale ha portato a favorire i vizi popolari !

LE BUGIE RICORRENTI DEL CENTRODESTRA

Anche in questi giorni ricorrono, ripetute, le bugie del centrodestra per cercare in modo evidente di sfilarsi dalle proprie responsabilità, addossando come sport nazionale le colpe esclusivamente alla coalizione di centrosinistra che non ha più maggioranza in parlamento per poter continuare a governare.

Beninteso, queste accuse non intendono minimamente attenuare le responsabilità del centrosinistra nel non aver saputo mantenere coesione politica né una rotta, se pur accidentata, che poteva comunque continuare a produrre risultati positivi.

La prima bugia riguarda l’ offerta di grande coalizione che Berlusconi avrebbe proposto all’ Unione; in realtà la proposta fu fatta subito dopo la chiusura dei seggi ed il riscontro che i risultati elettorati non erano sufficienti per consentire una maggioranza chiara alla coalizione vincente (se pur di poco) sottoforma di lancio pubblicitario che sapeva più di provocazione che proposta credibile.

Soprattutto proposte di questo tipo vanno formalizzate nei dovuti modi soprattutto perché successive ad una campagna elettorale piuttosto velenosa da entrambe le parti, per cui una operazione di questo tipo sarebbe stata poco capita da tutto l’elettorato anche perché non erano per nulla chiari i temi concreti che avrebbero dovuto costituire l’azione di questa formula di governo.

Sarebbe stato quindi difficile sia alla Cdl che all’ Unione spiegare all’opinione pubblica il perché di una simile operazione quando i programmi dei due schieramenti presentavano caratteristiche e ipotesi di soluzione diametralmente opposte.

L’ulteriore riprova è costituita dal fatto che di fronte al rifiuto del centrosinistra la Cdl non ha per nulla insistito e Berlusconi è immediatamente passato ad attaccare accusando di brogli elettorali; tesi assolutamente fantasiosa non solo per il fatto che successivamente l’organo di controllo ha trovato le cose a posto, ma soprattutto perché le elezioni erano state gestite dal ministro Pisanu, ministro degli Interni del governo di centrodestra !

L'accusa di brogli elettorali è stata accompagnata da "drammatiche" enunciazioni sul pericolo dei comunisti al governo e dell'occupazione di questa maggioranza delle più alte cariche dello stato.

Sui comunisti l'affermazione si commenta da sola, mentre sulle cariche dello stato la Cdl ha cominciato con minuetti degni della prima repubblica perchè in cuor suo Berlusconi sperava di poter salire al Colle (come programmato nella campagna elettorale del 2001); alla fine non restava che tagliar corto percè era evidente che su qualsiasi tema anche "istituzionale" tutto era buono per cercare di impedire il decollo della legislatura.

La seconda bugia riguarda la legge elettorale creata e votata a maggioranza in tutta fretta dal governo uscente, la cui modifica rientrava nel programma dell’ Unione, ma non in quello della Cdl.

La decisione di cambiarla è avvenuta su iniziativa del centrosinistra in modo assai faticoso in quanto la bozza di legge è stata portata in commissione parlamentare per la discussione tra i rappresentanti di tutti e due gli schieramenti ed alla fine questa procedura defatigante, ma necessaria (visto che la posizione del centrosinistra era ed è quella di ricercare le più ampie convergenze su questo tema), è giunta finalmente alla discussione in aula.

Da parte del centrodestra in questa fase è uscito sostanzialmente il riconoscimento che la legge in essere non andava per nulla bene (porcellum) e solo l’Udc si è sbilanciata sino a indicare la sua preferenza, mentre Fi è stata per tutto questo tempo alla finestra, fino a che il neo segretario del Pd non ha preso l’iniziativa sollecitando Berlusconi a ricercare un accordo.

Dire quindi ora che in 20 mesi non si è fatto nulla, si dice una mezza verità perché in effetti è proprio il maggior partito a non aver mosso foglia; inoltre i tentativi di Veltroni che non sono iniziati secoli fa, sono nella sostanza, stati snobbati sollevando perplessità sulla convergenza politica dei partiti dell’ Unione.

La cdl si preoccupava – per scopi del tutto evidenti – a cavalcare le eventuali contraddizioni tra i componenti della maggioranza perché in realtà non era interessata al problema ( aspettava da un momento all’altro – da tempo - la caduta del governo Prodi) nè al principio di larga maggioranza parlamentare che implica necessariamente una maggioranza non totalitaria, con possibili dissidenti da una parte o dall’altra.

La riprova è che proprio in questi giorni viene ribadito che non è necessario modificare la legge in questione prima delle elezioni anticipate, perché, appunto è una buona legge (fregandosene pure del referendum e degli effetti che potrà produrre) !

La terza bugia riguarda i sondaggi di gradimento; in questi venti mesi – sin dall’inizio quindi - ne sono usciti di tutti i tipi e di tutte le risme e fra questi il più succoso riguarda quello che accredita il governo ora dimissionario del solo 20% e di converso la coalizione di centrodestra, necessariamente, del restante 80%.

E’ indubbiamente una leva mediatica d’effetto che la Cdl sa perfettamente non essere vera; innanzitutto perché quando si sbandierano simili dati vanno indicate le fonti e le modalità di indagine (ampiezza e tipologia dei campioni usati) e soprattutto perché non viene indicata la risposta alternativa.

Molti possono essere stati poco propensi ad accordare ancora fiducia al governo in carica, ma il gradimento, potrebbe aumentare con una azione diversa del governo stesso senza perciò implicare un cambio di schieramento.

Prova ne è che la Cdl vuole andare il più presto possibile ad elezioni per non perdere quel piccolo vantaggio che sa di avere e che potrebbe rischiare di perdere (a meno che il partito dell’astensione non aumenti esponenzialmente) in quanto sa perfettamente che le adesioni elettorali sono sostanzialmente radicalizzate e solo poche centinaia di migliaia di voti possono spostare il vantaggio per poter governare.

La quanta bugia riguarda la supposta governabilità che si otterrebbe con una maggioranza di centrodestra.

La legge elettorale in essere (ma anche quella precedente) facilita i bipolarismo, ma favorisce necessariamente le aggregazioni eterogenee con evidenti ripercussioni sull’azione di governo; si è visto in questa legislatura, ma lo si è visto anche e soprattutto in tutta quella precedente (nonostante la larga maggioranza) a tal punto che sono riuscite alcune operazioni come quelle relative ai condoni fiscali, alle depenalizzazioni, mentre quelle costituzionali (pervicacemente costruite a larga maggioranza) sono state abbattute dal referendum e quelle relative al decentramento amministrativo e fiscale sono stati spesso enunciate, ma mai attuate per divergenze strutturali tra i principali partiti della coalizione.

Altri temi come la pressione fiscale sono stati affrontati solo modestamente ed altri ancora per nulla presi in considerazione (prezzi, salari e costo della vita).

Auspicare la vittoria del centrodestra quale simbolo di governabilità appare quindi per lo meno bizzarro visto che occorrerà presentare, per vincere, una coalizione ancor più eterogenea di quella del quinquennio precedente.

La quinta bugia riguarda, come una sorta di battage pubblicitario, il minor potere d’acquisto degli italiani, che non sarebbe stato evitato dal governo uscente.

Non si vuole certamente affermare che il fenomeno non esista, anzi, ma cavalcare questa realtà rischia di trasformarsi in un colossale boomerang in quanto dati alla mano si evidenzia che i redditi reali, dei lavoratori dipendenti non crescono dal 2000 (mentre gli altri crescono in termini reali del 18%), anzi nei primi anni del secolo sono diminuiti e solo nell’ultimo biennio sono aumentati sempre in termini reali del 4%.

Certamente il problema è sempre li sul piatto ed occorre insistere, contemporaneamente, su tre leve fondamentali: la diminuzione della pressione fiscale, l’incremento del Pil ed il controllo dei prezzi e tariffe.

Infatti il precedente governo ha solo enunciato azioni sul primo fattore, mentre sul Pil a semplicemente sostenuto che tutta l’economia era in ristagno e che l’Italia non poteva andare in contro tendenza (la Spagna invece si); sul fronte prezzi – da buon governo liberista – non ha voluto metter becco nemmeno nella fase del change over mentre su quello delle tariffe si è voltato dall’altra parte non avendo il coraggio di effettuare tagli strutturali alla spesa.

Risulta quindi del tutto singolare che un simile comportamento dimostrato in passato sia l’approccio migliore per affrontare il problema in futuro; infatti riguardo al Pil ci stiamo dirigendo verso un calo strutturale a causa della recessione che sembrerebbe investire gli Stati Uniti ed i colossi centro asiatici e non traspaiono assolutamente idee per cercare di andar in contro tendenza.

Per quanto riguarda fisco, tariffe e prezzi invece occorre correggere con decisione e coraggio la destinazione delle risorse verso queste tre allocazioni per favorire la crescita delle retribuzioni in termini reali abbandonando quindi quell’ assistenzialismo che non può produrre effetti per chi è già in “no tax area”.

La sesta bugia riguarda la modernizzazione del paese che nel precedente quinquennio è stata solo enunciata (ricordate le tre “i” ?), mentre in realtà solo questo governo uscente ha iniziato ad affrontare.

E’ curioso, un governo di centrosinistra che cerca di scardinare le rendite di posizione, di semplificare gli strumenti dell’apparato statale, ma viene attaccato, con il beneplacito dell’opposizione, dalle tante caste che animano il nostro paese.

Certamente si potrà dire che si doveva cominciare dalle caste più grandi, o che il modo di affrontare quelle numerose e più piccole doveva essere diverso; ma tant’è il centro sinistra ha avuto il coraggio di prendere il toro per le corna e ne ha pagato lo scotto, perché naturalmente in questo quadro politico la maggioranza di turno è autorizzata ad andare a pescare esclusivamente nel proprio bacino elettorale e giammai dove è necessario intervenire senza, giustamente, interessarsi dei particolarismi di settore.

Se queste sono le premesse suonare la grancassa ora per non far nulla poi (a parte il ponte sullo stretto di Messina) risulterà un esercizio meramente dialettico, ma certamente improduttivo.

Concludendo di bugie ve ne saranno anche altre e ben presto le vedremo, forse, emergere, ma quel che è tragico che i danni continueranno ad essere prodotti (implicitamente l’opposizione al centrodestra si deve comunque misurare anche contro le bugie), alimentando individualismo e soprattutto disaffezione verso il ceto politico al quale accordiamo la nostra fiducia e dal quale abbiamo il diritto di pretendere una azione che sia obbiettivamente efficace.

venerdì, febbraio 01, 2008

I MACCHIAVELLISMI DELLA POLITICA CHE GLI ITALIANI NON CONDIVIDONO

La crisi politica che si è sviluppata in modo repentino dapprima con le dimissioni del Guardasigilli Mastella (per l’incidente giudiziario occorso a se stesso e alla moglie ) e subito dopo con il ritiro della fiducia al Governo Prodi da parte dell’ Udeur diretta sempre dal Senatore Mastella, ha lasciato stupefatta l’opinione pubblica, anche se ormai sin dalla sua nascita la maggioranza dell’Unione era data per abortita; ora apparentemente tutti (o molti) auspicano una nuova tornata elettorale, ma ognuno in cuor suo sa perfettamente che il futuro presenta ulteriori e sconosciute incognite.

Le cause della crisi in realtà sono tali e tante che appare assai complicato poterle tutte enunciare, ma esiste un filo conduttore che le riunisce; in buona sostanza all’Unione è successo in modo più netto e drammatico quanto è accaduto nella precedente legislatura al Governo Berlusconi; cioè l’impossibilità di governare in modo deciso a causa delle varie anime che componevano le due coalizioni per cui le scelte che su piano teorico avevano una loro logica – condivisibile o meno – nella realtà stentavano a prender forma o per effetto di veti incrociati o per effetto di mediazioni che cercavano di riassumere i vari punti di vista, molto spesso poco conciliabili.

Per di più il Governo Berlusconi ha smaccatamente operato questo si, in settori e materie, che si sono rivelate assai utili sia al premier che ai suoi sostenitori (condoni), mentre il Governo Prodi, nonostante le sue grandi capacità di tenere insieme una coalizione così eterogenea, ha sortito soluzioni un po’ raffazzonate, poco chiare che avevano l’intenzione di accontentare un po’ tutti, ma che alla fine hanno rischiato di non accontentare nessuno.

In questi 20 mesi di legislatura certamente importanti cose sono state fatte: si pensi soltanto all’azione di rientro nei parametri indicati dalla Ue, alla lotta all’evasione fiscale, alla riduzione del debito e alla creazione dell’avanzo primario; oppure alla manovra verso le aziende con il 3% in meno di cuneo fiscale, alla integrazione delle pensioni minime, al sostegno delle famiglie numerose e/o con redditi bassi, alla revisione del sistema pensionistico e ai primi atti di liberalizzazione.

Ma alcuni nodi socio economici che vengono da molto lontano (inizio anni 2000) sono giunti al pettine per cui la soddisfazione dell’opinione pubblica stentava a crescere (crescita dei redditi reali dei dipendenti vicina allo zero) e la fragilità della coalizione consentiva sia il grande battage dell’opposizione, sia gli interventi “a gamba tesa “ da parte di istituzioni sovra nazionali come la Chiesa Cattolica che certamente approfittavano della situazione per far pesare la propria posizione o convinzione un po’ su tutti i temi (compreso quello che riguarda il modo con cui viene amministrata la Capitale).

La fase assai complicata che vede affrontare la crisi in atto dalla seconda carica dello Stato (Marini) dimostra però che sono le cause politiche strutturali che in realtà hanno portato a questo risultato; intendo dire che quello che accade in questi giorni è la ripetizione, sotto forma diversa, di una situazione di stallo che è sorta nei primi anni 90.

Dobbiamo avere l’onestà intellettuale di riconoscere che il progetto di creare il bipolarismo in Italia è miseramente fallito (e questo gli italiani l’hanno capito benissimo) perché gli strumenti utilizzati hanno costretto – con la legge elettorale che da il premio di maggioranza alla coalizione con più voti – i vari partiti ad aggregazioni troppo eterogenee, per cui nell’esercizio di governo sono poi emerse poi chiaramente le diversità e quindi l’incapacità di decidere comunque.

In questo contesto il Pd, con il suo segretario, ha capito benissimo dove sta il baco ed in tal senso ha lanciato dichiarazioni che appaiono politicamente suicide, ma che in realtà intendono spezzare questa situazione di stallo perché la prospettiva è che ci potranno essere imminenti nuove elezioni i cui risultati, comunque, non elimineranno queste fragilità, con la conseguenza che non si riuscirà – qualsiasi sia il risultato – ad attuare quello che invece occorre al paese: crescita, distribuzione equa della ricchezza, modernizzazione, economie sui costi di struttura e d’esercizio, diminuzione del debito.

Questo in effetti è stato poco capito nella coalizione di centro sinistra (Veltroni è stato accusato di presunzione e supponenza), mentre è stato capito benissimo dalla coalizione di centrodestra la quale inneggiando al diritto inviolabile del popolo a esprimere nuovamente il suo voto, in realtà intende mantenere la situazione in stallo affinché nulla cambi (non dimentichiamo che sono dei conservatori).

Tutto questo nonostante le divisioni di fine anno collegate allo strappo di Berlusconi con il lancio di un nuovo partito e le diaspore che avvengono in questi giorni all’interno dei partiti di questa coalizione.

Non si vuole infatti procedere di comune accordo alla stesura di una nuova legge elettorale che porti ad una reale capacità di governo , preferendo il sistema attuale, perché questo non imporrebbe innanzitutto chiarezza estrema con il proprio elettorato potenziale, abbandonando gli slogan mediatici, con alleanze chiare ed effettivamente condivise; certamente non è facile affrontare una politica del contenimento della spesa pubblica, della diminuzione conseguente della pressione fiscale, dell’incremento della ricchezza prodotta e della sua distribuzione tra i soggetti che la producono (lavoratori ed imprenditori), ma si preferisce puntare surrettiziamente a raggiungere una maggioranza non è di per sé sufficiente per garantire un governo che produca risultati reali.

Appare del tutto chiaro che si vuol andare subito (si fa per dire) alle elezioni per cogliere – forse – l’attimo fuggente, ma poi, senza obbiettivi chiari, non sarà per nulla facile chiedere – se necessario – sacrifici o rinunce agli italiani; come sempre poi si attaccano –semplicisticamente - i partiti dello schieramento avverso accusandoli di temere il responso delle urne.

Si fa forse finta di nulla, ma ci stiamo avvicinando, volenti o nolenti, alla fine della cosiddetta seconda repubblica: è questione di tempo (fare elezioni subito sposta il referendum all'anno prossimo, ma non l'elelimina) e ben sarebbe che responsabilmente anche in questa fase si attuassero quei cambiamenti che effettivamente favorissero le aggregazioni politiche stabili (il bipolarismo fittizio ha prodotto la proliferazione dei partiti che non si arresta vista anche la recente nascita della “rosa bianca”) eliminando il premio di maggioranza e sostituendolo con lo sbarramento (5% ? ) affinché la rappresentanza politica sia - forse – minore, ma con una capacità di governo effettiva.

Questo significherebbe che il ceto politico per primo metterebbe mano a smontare la cosiddetta “casta”(nel progetto di modifica istituzionale e costituzionale c'è anche la diminuzione dei parlamentari, la modifica del sistema bicamerale perfetto, le preferenze,ecc), ma significherebbe anche autorevolezza nello smontare tutte le altre caste che affliggono il nostro paese e delle quali tutti gli italiani sono ormai arcistufi.

Diversamente la spaccatura – quali che siano i risultati elettorali – si manterrà netta e chi ne soffrirà sarà il nostro paese che manterrà caratteristiche contrapposte: di potenza economica (in declino ) e di paese del terzo modo.

sabato, gennaio 26, 2008

L'ETICA NELLA STATISTICA (E NON SOLO)

mi è capitato recentemente di leggere la pubblicazione, italiana, di “Mentire con le statistiche” del giornalista americano Darrel Huff, edita e commetanta da Giancarlo Livraghi e Riccardo Pugliesi.

E’ una pubblicazione del 1954, ma nonostante sia stata scritta oltre 50 fa è ancora oggi di notevole attualità; si legge molto velocemente perché scritto in forma narrativa e vengono riportati moltissimi esempi assai gustosi nei quali cui i risultati della ricerca statistica molto spesso sono stati utilizzati per sostenere interessi di mera convenienza.

Tutto questo mi ha fatto ritornare in mente vecchie dispense ed appunti relativi al mio professore di statistica il quale – specificatamente – ci relazionò proprio sull’etica che doveva sostenere il ricercatore.

In sintesi , ben sapendo la nostra passione per i numeri e i modelli matematici, ci raccomandava e nel contempo ci metteva in guardia sul possibile pericolo di costruire analisi parziali e nello stesso tempo di dare letture anch’esse parziali.

Sosteneva a ragione che il rigore doveva essere utilizzato sia nella determinazione del modello statistico, sia nella definizione dei campioni, sia, non ultima, nella lettura dei risultati ottenuti.

Tutto questo perché se non vi fosse stato rigore si sarebbero avuti risultati falsati in modo evidente e, nella lettura dei dati ottenuti, conclusioni manipolabili e addomesticabili.

Chi legge si domanderà: è allora ?

Bene, ieri Eurispes ha pubblicato il Rapporto Italia 2008 ed ecco che escono dati in gran quantità che i media si apprestano a divulgare utilizzandoli in modo smaccatamente interessato sino a formulare affermazioni del tutto campate in aria.

Beninteso, sappiamo tutti che la situazione economica è quella che conosciamo e cioè che il pil è cresciuto del 2% nel 2007 mentre nel 2008 dovrebbe crescere solo dell’1 %; i consumi interni sono in calo sia nel 2007 sia, si prevede, nel 2008 per cui la maggior produzione di riferisce a beni e servizi esportati; l’inflazione ha percentuali modeste (2%) e la pressione fiscale si è assestata intorno al 42%.

Dai dati Eurispes invece, e soprattutto dalle interpretazioni arbitrarie escono letture che rasentano il paradossale.

Il quotidiano L’Arena “spara” questo dato in prima pagina: “20 milioni di lavoratori sono sottopagati, 1,5 sono precari e 6 milioni hanno il doppio lavoro”; bene, innanzitutto vorrei capire se il milione e mezzo e i 6 milioni vanno aggiunti ai 20 oppure ne fanno parte; in entrambi i casi comunque i conti non tornano perché gli occupati ufficiali in Italia (fonte Istat 2003) sono poco più di 22 milioni quindi sostenere che il 90% è sottopagato sembra sinceramente un po’ esagerato.

Infatti sostenere che le retribuzioni in Italia non sempre consentono una vita serena (non agiata) è certamente vero, ma sostenere che quasi tutti i lavoratori sono in situazione di indigenza è obbiettivamente una forzatura che se utilizzata lo è per scopi reconditi e non per una corretta informazione al lettore.

Anche Reuter Italia magari per “frettolosità” ne spara di altrettanto grosse: ebbene, riporta il dato Eurispes secondo il quale l’economia sommersa in Italia varrebbe circa 549 miliardi di euro, di cui 175,6 imputati all’economia criminale.

La bufala sta nel passaggio successivo quando, affermando che questa ricchezza corrisponde al pil di Finlandia, Portogallo, Romania ed Ungheria, si lascerebbe intendere, anche se non lo si dice a chiare lettere, che il pil effettivo del nostro paese andrebbe aumentato di questa enorme cifra.

In realtà non è vero perchè la ricchezza sommersa trova comunque sbocco, molto spesso, in consumi di beni e servizi anche durevoli che vengono rilevati insieme a quelli di derivazione lecita per la determinazione del Pil italiano !

Se poi tutta questa ricchezza confluisse, in parte, in risparmio ecco che questo costituirebbe ulteriore provvista per il sistema bancario italiano che potrebbe aumentare il sostegno alle imprese e alle famiglie contribuendo quindi indirettamente a generare nuovo pil del tutto ufficiale.

Con questo non intendo certamente minimizzare sia i redditi nascosti sia quelli illeciti, ma l’effetto non prodotto da questo fenomeno è il mancato gettito di imposte dirette (quelle indirette, consumando, le paga sia il lavoratore in nero che il mafioso) che, questo si, è determinante per la gestione dello stato: infatti se la ricchezza sommersa è quella rilevata mancherebbe alle casse dell’erario oltre 190 miliardi di entrate.

E’ di questo che si dovrebbe parlare più concretamente perché corrisponderebbe al totale del valore di ben 5 leggi finanziarie "pesanti"!

Sul valore espresso ho comunque - che faccia parte del pil rilevato o vada aumentato ottenendo cisì un pil reale superiore ai i 2 milardi di euro – più di un dubbio pur riconoscendo che il fenomeno dell’evasione fiscale esiste ed è grave; sostenere per esempio che il sommerso, nel primo caso – sia sostanzialmente 1/3 del pil totale vorrebbe dire che se portato ad emergere la contribuzione fiscale aumenterebbe (lo direbbe l’Eurispes) di quasi 200 miliardi e la pressione fiscale (rapporto tra il totale delle entrate ed il pil) schizzerebbe ad oltre il 60% in palese contraddizione con le aliquote delle imposte dirette che sono molto più basse (Irpeg 29% e Irpef massima 43%).

Se poi questo valore Eurispes andasse ad aumentare il pil ufficiale peggio che andar di notte: significherebbe che la pressione fiscale reale diminiorebbe drasticamente e non si comprenderebbero sia le lamentele generalizzate degli italiani ne, soprattutto, i dati riportati nel Rapporto Eurispes, circa la working poors che graverebbe come una maledizione sugli italiani.

Infatti se su 20 milioni di italiani lavoratori dipendenti ve ne sono ben 6 (giusto 1/3) con doppio lavoro (il secondo in nero) non si può sostenere che tutti e 20 siano sottopagati a meno che dall’indagine statistica si tenga conto solo di quanto dichiarato che, appunto, non corrisponderebbe ai redditi reali.

Ritornando quindi velocemente alle premesse vediamo bene che l’etica insegnatami parecchi decenni or sono potrà oggi, forse, essere ancora seguita nell’indagine statistica, ma è fuor di dubbio che la lettura e soprattutto l’utilizzo fatto è smaccatamente pilotato per scopi non di cronaca, bensì per divulgare notizie nel migliore dei casi scandalistiche.

Contestualizzando questo comportamento nel particolare momento di crisi politica scaturita dalla recente caduta del Governo Prodi balza subito agli occhi che il Rapporto Eurispes viene “piluccato” qua e la con il chiaro scopo – anche se non dichiarato –di mestare nel torbido unendo verità a fatti e dati stiracchiati o fasulli; si buttano li notizie e dati con nonscalance che ad una prima analisi possono apparire convincenti, ma nella realtà hanno il solo scopo di amplificare sensazioni più o meno reali, rafforzando le proprie convinzioni o intuizioni sul momento economico e politico del paese.

In sostanza i media ci dicono molto spesso quello che vogliamo sentirci dire perché vogliamo ricercare una conferma nelle nostre sensazioni e convinzioni ottenendo informazioni sui dati sfornati da fonti autorevoli, meglio se relative ad una indagine il più ampia possibile (si parla di milioni di italiani e miliardi di euro come fossero noccioline) che ci garantirebbe sulla sua attendibilità.

In realtà le notizie così formulate e divulgate tenderebbero – una volta manipolare ed elaborate – a far coincidere un fenomeno statistico rilevato in questo caso da Eurispes ad ogni singola situazione personale che in realtà presenta necessità ed esigenze individuali del tutto uniche (anche la sfera dei bisogni primari è diversa per sesso, età, luogo,ecc.).

Concludendo, queste mie considerazioni non intendono certamente minimizzare la situazione economica e quindi sociale in Italia e le sue prospettive, ma evidenziare che le analisi devo essere depurate dalle “interferenze” affinché le scelte conseguenti siano le migliori possibili; in questo contesto molto si dice di quanto il quadro politico abbi fatto o meno, ma non si comprende come mai in questi ultimi due anni alcuni indicatori fondamentali abbiano mostrato indubbi miglioramenti (diminuzione ulteriore della disoccupazione, aumento di immigrazione, aumento del Pil, aumento delle entrate, diminuzione del debito, crescita dell’avanzo primario, crescita modesta dell’inflazione), mentre dall’altro si sostenga l’esistenza un rapido deterioramento economico (per effetto dell'aumento dei prezzi e della pressione fiscale per circa 1 punto) così forte quasi a voler sostenere che l’aumento di ricchezza (pil) produce in realtà povertà !

L’errore a cui saremo indotti non è tanto e soltanto di fare scelte poco opportune – anche in sede di voto – quanto non vedere altri imminenti e reali pericoli di cui nessuno ci da opportuna informazione e soprattutto alcuna analisi e progetto di risoluzione (penso per esempio alla recessione nord americana che se imboccata avrebbe ripercussioni enormi sia sugli stati “emergenti” che su tutta Europa).

lunedì, gennaio 14, 2008

INVOLUZIONI DELLE RETRIBUZIONI IN ITALIA

Da alcuni anni ormai si continua a parlare delle retribuzioni (e delle pensioni) dei lavoratori dipendenti italiani che consento sempre la sopravvivenza (quarta settimana) ed lo slittamento progressivo ed inesorabile delle classi di ceto medio verso la soglia di sopravvivenza.

Le analisi della situazione e le ricette risolutive si sprecano, ma una valutazione obiettiva di come ciò possa essere accaduto non si è mai sentita.

Si fanno infatti analisi tra retribuzioni nette e capacità d’acquisto, si evidenziano l’andamento dei prezzi estremamente differenziati (30% in più tra nord e sud Italia), si analizza l’incidenza della pressione fiscale, si parla di produttività e competitività, si prende in considerazione di “inventare” altri indicatori che siano sostitutivi o integrativi del Pil, ma non c’è nessuno che analizzi come tutto questo possa essere accaduto, quali siano state le cause e quali, eventualmente, i comportamenti responsabili di un simile risultato.

V è infatti il fondato timore che se non si analizzano per bene le origini e si sollecitano quindi comportamenti diversi perché questo non abbia più a ripersi, qualsiasi ricetta si possa mettere in campo, alla fine risulterebbe una soluzione non risolutiva della situazione e dei problemi conseguenti, per cui dopo pochi anni il fenomeno si potrebbe ripresentare nuovamente con tutte le sue problematicità.

Intendo dire che se la ricetta per dare maggior capacità di acquisto agli italiani (ed aggiungo anche la capacità di risparmio) è quella di lavorare, come si parla in questi giorni, sulla curva delle aliquote Irpef , sul collegamento tra retribuzioni e produttività e competitività, sulle riduzioni o deduzioni fiscali e sulle differenti capacità di acquisto tra nord e sud, non è detto che una volta trovato ed applicato il migliore mix poi questo sia efficace sempre nel tempo.

Infatti la pressione fiscale (ufficiale), punto più punto meno, è sostanzialmente la stessa da molti anni, ovvero dalla Riforma Preti del 1973, quando si passò dalla Denuncia Vanoni al “730”, con l’introduzione dell’Irpef e dell’Iva (che mise in soffitta l’Ige).

Inoltre l’adeguamento delle retribuzioni all’aumento del costo della vita con la “scala mobile” in periodo assai turbolento, fu modificato poco prima della seconda crisi petrolifera del 1978, con la creazione del punto unico di contingenza e l’eliminazione di quasi tutte le scale mobili anomale.

Questa operazione fu innanzitutto un atto di giustizia perché da un lato fu riconosciuto che l’adeguamento all’aumento del costo della vita, che in quegli anni era direttamente correlato ad un andamento dell’inflazioni galoppante, doveva essere slegato sia dal livello delle retribuzioni (si differenziava infatti in base al ruolo, al sesso e all’età anagrafica, minorenni compresi) e dall’altro perché scioglieva un modello ingessato per cui gli incrementi retributivi erano oggetto di effettiva trattativa contrattuale (insieme a quelli non certo secondari relativi agli aspetti produttivi).

In questo contesto, pur tenuto conto della forte percentuale di disoccupazione, le retribuzioni effettive nette ebbero comunque degli incrementi ed il periodo successivo, quello della concertazione iniziato nei primi anni novanta, non ha impedito, pur con confronti anche accesi, che le retribuzioni potessero essere adeguate sia al costo della vita che alla crescente produzione.

La produzione interna, in questo periodo, è cresciuta indubbiamente per effetto di un ventaglio sempre più grande di prodotti e servizi offerti anche se il sistema produttivo italiano è stato messo alla corda sia da incrementi pesanti delle materie prime (petrolio soprattutto) compensato da leve di politica monetaria, non ultima le svalutazioni competitive, che davano fiato alla produzione ed alla crescita del paese.

Resta il fatto che in questo ventennio le grandi sofferenze dei lavoratori dipendenti erano costituite, come detto, dall’elevata disoccupazione , mentre la correlazione tra retribuzioni e capacità di spesa (e ribadisco di risparmio) consentiva spazi di adeguamento e di sostenibilità.

Cosa è avvenuto però dai primi anni del secolo in corso, nessuno ha avuto il coraggio di esaminarlo con criticità senza far sconti a nessuno.

Citare l’entrata nell’Euro è una spiegazione fuorviante perché, lo dimostrano i fatti, se così non fosse stato, i rapporti con il dollaro non sarebbero così vantaggiosi come con l’euro (ne è la riprova della svalutazione della sterlina – 10 percento – sempre rispetto all’euro) e quindi l’effetto del prezzo del petrolio avrebbero innescato forti pressioni inflattive su tutta l’economia a tal punto produrre effetti ancor più devastanti di quelli prodotti dal 1973 in poi.

Il problema centrale è l’approccio all’apertura progressiva e inarrestabile al Mercato.

Non si tratta assolutamente di volerlo mettere in discussione, ma bensì mettere in discussione il modo, se mai fosse realmente accaduto, con coi è stato attuato.

Infatti, sino a che si è trattato di aprire al mercato concertandone tra parti sociali il passaggio, la sostenibilità da parte delle retribuzioni nette effettive faceva ancora la sua parte, ma quando si è inziato a navigare nel mare aperto è emerso inequivocabilmente che di concorrenza, per esempio se ne parlava a parole, ma nei fatti questa non esisteva.

La fluttuazione dei fattori produttivi non esisteva in realtà: la fluttuazione dei prezzi dei prodotti di largo consumo era una parodia perché nascosta dietro accordi più o meno inconfessabili fra produttori, mentre dall’altra parte questa fluttuazione non esisteva sul fronte dei consumatori, fra i quali i lavoratori dipendenti che ne costituiscono una larga parte.

In pochissimi anni la trasformazione delle retribuzioni da lire in euro è stata seguita da una profonda erosione della capacità di acquisto (e di risparmio) per cui possiamo tranquillamente dire che, anche se l’inflazione è rimasta entro limiti sostanzialmente fisiologici, vi sia stato il più grande fenomeno di trasferimento di ricchezza, per l’impossibilità da parte dei consumatori e lavoratori dipendenti di compensare questo fenomeno chiedendo ed ottenendo incrementi retributivi (e pensionistici) del tutto correlati.

Si parla ora di competitività poiché nel passato il sistema produttivo (di beni e servizi) ha puntato soltanto sulla produttività utilizzando dapprima nuovi processi come la robotizzazione ed l’informatica, seguiti dalla delocalizzazione (dove questa era possibile).

Da parte delle aziende, nel loro complesso, infatti non hanno avuto il coraggio (e la volontà di mettere adeguati capitali di rischio) per un cambio di passo verso produzioni sempre più eccellenti con conseguente aumento dei margini di guadagno (maggior valore aggiunto) preferendo magari delocalizzare; da parte dell’apparato statale non si sono ricercate economie di scala ed efficienza in tutti i servizi prestati, compreso quello dell’istruzione: il risultato è stato un incremento sia dei prezzi che delle tariffe che i nuovi processi avrebbero potuto consentire.

In questo contesto invece i lavoratori dipendenti non hanno avuto vie di scampo sia nel sottrarsi, tramite la concorrenza, all’incremento dei prezzi sia nel negoziare adeguamenti retributivi tramite i i rinnovi contrattuali.

Per quanto riguarda le tariffe non esistono nemmeno vie di fuga (o alternative) è l’incremento non ha nemmeno contribuito alla riduzione dei costi e soprattutto dello stock di debito.

Tornando quindi alle proposte allo studio in questi giorni con tutti i problemi di ricerca di mezzi che questi comportano deve essere ben chiaro che il sistema imprese oltre che ricercare competitività deve scegliere miglioramenti qualitativi a più alto valore aggiunto; l’apparato statale oltre che ricercare competitività deve scegliere la strada della diminuzione dei costi di apparato che devono contribuire alla diminuzione dello stock di debito e compensare la crescita fisiologica dei costi di funzionamento per cui alla fine le tariffe comincino a scendere progressivamente.

In caso contrario le scelte in esame pur necessarie e non più prorogabili produrrebbero risultati positivi solo per poco tempo in quanto non governare le altre variabili lasciandole fluttuare, lentamente eroderebbero i vantaggi così ottenuti ritornando alla situazione quo ante.

Indicatori Situazione attuale Situazione attesa

Retribuzioni reali nette da calo ad aumento

Consumi interni da calo ad aumento

Prezzi e tariffe da aumento a calo

P.I.L. da aumento lento ad aumento

Import/Export da aumento lento ad aumento

Entrate fiscali da aumento a aumento

Pressione fiscale da aumento a calo

Stock del debito da calo lento a calo deciso

Produttività/Competitività da aumento medio/basso ad aumento medio alto/alto

Economicità da bassa a medio alta/alta

Valore aggiunto da medio/basso a medio/alto

Da questa breve tabella si vede a prima vista che sono gli ultimi tre indicatori nel loro insieme che possono permettere di modificare strutturalmente l’andamento degli altri indicatori soprattutto quelli relativi al fisco.

Diversamente gli aumenti retributivi ricercati se non accompagnati anche da una diminuzione di prezzi e tariffe verrebbero progressivamente annullati; i consumi si reprimerebbero nuovamente, diminuirebbero le entrate, non si ridurrebbe il debito e nemmeno la pressione fiscale che tornerebbe ad aumentare.