lunedì, gennaio 14, 2008

INVOLUZIONI DELLE RETRIBUZIONI IN ITALIA

Da alcuni anni ormai si continua a parlare delle retribuzioni (e delle pensioni) dei lavoratori dipendenti italiani che consento sempre la sopravvivenza (quarta settimana) ed lo slittamento progressivo ed inesorabile delle classi di ceto medio verso la soglia di sopravvivenza.

Le analisi della situazione e le ricette risolutive si sprecano, ma una valutazione obiettiva di come ciò possa essere accaduto non si è mai sentita.

Si fanno infatti analisi tra retribuzioni nette e capacità d’acquisto, si evidenziano l’andamento dei prezzi estremamente differenziati (30% in più tra nord e sud Italia), si analizza l’incidenza della pressione fiscale, si parla di produttività e competitività, si prende in considerazione di “inventare” altri indicatori che siano sostitutivi o integrativi del Pil, ma non c’è nessuno che analizzi come tutto questo possa essere accaduto, quali siano state le cause e quali, eventualmente, i comportamenti responsabili di un simile risultato.

V è infatti il fondato timore che se non si analizzano per bene le origini e si sollecitano quindi comportamenti diversi perché questo non abbia più a ripersi, qualsiasi ricetta si possa mettere in campo, alla fine risulterebbe una soluzione non risolutiva della situazione e dei problemi conseguenti, per cui dopo pochi anni il fenomeno si potrebbe ripresentare nuovamente con tutte le sue problematicità.

Intendo dire che se la ricetta per dare maggior capacità di acquisto agli italiani (ed aggiungo anche la capacità di risparmio) è quella di lavorare, come si parla in questi giorni, sulla curva delle aliquote Irpef , sul collegamento tra retribuzioni e produttività e competitività, sulle riduzioni o deduzioni fiscali e sulle differenti capacità di acquisto tra nord e sud, non è detto che una volta trovato ed applicato il migliore mix poi questo sia efficace sempre nel tempo.

Infatti la pressione fiscale (ufficiale), punto più punto meno, è sostanzialmente la stessa da molti anni, ovvero dalla Riforma Preti del 1973, quando si passò dalla Denuncia Vanoni al “730”, con l’introduzione dell’Irpef e dell’Iva (che mise in soffitta l’Ige).

Inoltre l’adeguamento delle retribuzioni all’aumento del costo della vita con la “scala mobile” in periodo assai turbolento, fu modificato poco prima della seconda crisi petrolifera del 1978, con la creazione del punto unico di contingenza e l’eliminazione di quasi tutte le scale mobili anomale.

Questa operazione fu innanzitutto un atto di giustizia perché da un lato fu riconosciuto che l’adeguamento all’aumento del costo della vita, che in quegli anni era direttamente correlato ad un andamento dell’inflazioni galoppante, doveva essere slegato sia dal livello delle retribuzioni (si differenziava infatti in base al ruolo, al sesso e all’età anagrafica, minorenni compresi) e dall’altro perché scioglieva un modello ingessato per cui gli incrementi retributivi erano oggetto di effettiva trattativa contrattuale (insieme a quelli non certo secondari relativi agli aspetti produttivi).

In questo contesto, pur tenuto conto della forte percentuale di disoccupazione, le retribuzioni effettive nette ebbero comunque degli incrementi ed il periodo successivo, quello della concertazione iniziato nei primi anni novanta, non ha impedito, pur con confronti anche accesi, che le retribuzioni potessero essere adeguate sia al costo della vita che alla crescente produzione.

La produzione interna, in questo periodo, è cresciuta indubbiamente per effetto di un ventaglio sempre più grande di prodotti e servizi offerti anche se il sistema produttivo italiano è stato messo alla corda sia da incrementi pesanti delle materie prime (petrolio soprattutto) compensato da leve di politica monetaria, non ultima le svalutazioni competitive, che davano fiato alla produzione ed alla crescita del paese.

Resta il fatto che in questo ventennio le grandi sofferenze dei lavoratori dipendenti erano costituite, come detto, dall’elevata disoccupazione , mentre la correlazione tra retribuzioni e capacità di spesa (e ribadisco di risparmio) consentiva spazi di adeguamento e di sostenibilità.

Cosa è avvenuto però dai primi anni del secolo in corso, nessuno ha avuto il coraggio di esaminarlo con criticità senza far sconti a nessuno.

Citare l’entrata nell’Euro è una spiegazione fuorviante perché, lo dimostrano i fatti, se così non fosse stato, i rapporti con il dollaro non sarebbero così vantaggiosi come con l’euro (ne è la riprova della svalutazione della sterlina – 10 percento – sempre rispetto all’euro) e quindi l’effetto del prezzo del petrolio avrebbero innescato forti pressioni inflattive su tutta l’economia a tal punto produrre effetti ancor più devastanti di quelli prodotti dal 1973 in poi.

Il problema centrale è l’approccio all’apertura progressiva e inarrestabile al Mercato.

Non si tratta assolutamente di volerlo mettere in discussione, ma bensì mettere in discussione il modo, se mai fosse realmente accaduto, con coi è stato attuato.

Infatti, sino a che si è trattato di aprire al mercato concertandone tra parti sociali il passaggio, la sostenibilità da parte delle retribuzioni nette effettive faceva ancora la sua parte, ma quando si è inziato a navigare nel mare aperto è emerso inequivocabilmente che di concorrenza, per esempio se ne parlava a parole, ma nei fatti questa non esisteva.

La fluttuazione dei fattori produttivi non esisteva in realtà: la fluttuazione dei prezzi dei prodotti di largo consumo era una parodia perché nascosta dietro accordi più o meno inconfessabili fra produttori, mentre dall’altra parte questa fluttuazione non esisteva sul fronte dei consumatori, fra i quali i lavoratori dipendenti che ne costituiscono una larga parte.

In pochissimi anni la trasformazione delle retribuzioni da lire in euro è stata seguita da una profonda erosione della capacità di acquisto (e di risparmio) per cui possiamo tranquillamente dire che, anche se l’inflazione è rimasta entro limiti sostanzialmente fisiologici, vi sia stato il più grande fenomeno di trasferimento di ricchezza, per l’impossibilità da parte dei consumatori e lavoratori dipendenti di compensare questo fenomeno chiedendo ed ottenendo incrementi retributivi (e pensionistici) del tutto correlati.

Si parla ora di competitività poiché nel passato il sistema produttivo (di beni e servizi) ha puntato soltanto sulla produttività utilizzando dapprima nuovi processi come la robotizzazione ed l’informatica, seguiti dalla delocalizzazione (dove questa era possibile).

Da parte delle aziende, nel loro complesso, infatti non hanno avuto il coraggio (e la volontà di mettere adeguati capitali di rischio) per un cambio di passo verso produzioni sempre più eccellenti con conseguente aumento dei margini di guadagno (maggior valore aggiunto) preferendo magari delocalizzare; da parte dell’apparato statale non si sono ricercate economie di scala ed efficienza in tutti i servizi prestati, compreso quello dell’istruzione: il risultato è stato un incremento sia dei prezzi che delle tariffe che i nuovi processi avrebbero potuto consentire.

In questo contesto invece i lavoratori dipendenti non hanno avuto vie di scampo sia nel sottrarsi, tramite la concorrenza, all’incremento dei prezzi sia nel negoziare adeguamenti retributivi tramite i i rinnovi contrattuali.

Per quanto riguarda le tariffe non esistono nemmeno vie di fuga (o alternative) è l’incremento non ha nemmeno contribuito alla riduzione dei costi e soprattutto dello stock di debito.

Tornando quindi alle proposte allo studio in questi giorni con tutti i problemi di ricerca di mezzi che questi comportano deve essere ben chiaro che il sistema imprese oltre che ricercare competitività deve scegliere miglioramenti qualitativi a più alto valore aggiunto; l’apparato statale oltre che ricercare competitività deve scegliere la strada della diminuzione dei costi di apparato che devono contribuire alla diminuzione dello stock di debito e compensare la crescita fisiologica dei costi di funzionamento per cui alla fine le tariffe comincino a scendere progressivamente.

In caso contrario le scelte in esame pur necessarie e non più prorogabili produrrebbero risultati positivi solo per poco tempo in quanto non governare le altre variabili lasciandole fluttuare, lentamente eroderebbero i vantaggi così ottenuti ritornando alla situazione quo ante.

Indicatori Situazione attuale Situazione attesa

Retribuzioni reali nette da calo ad aumento

Consumi interni da calo ad aumento

Prezzi e tariffe da aumento a calo

P.I.L. da aumento lento ad aumento

Import/Export da aumento lento ad aumento

Entrate fiscali da aumento a aumento

Pressione fiscale da aumento a calo

Stock del debito da calo lento a calo deciso

Produttività/Competitività da aumento medio/basso ad aumento medio alto/alto

Economicità da bassa a medio alta/alta

Valore aggiunto da medio/basso a medio/alto

Da questa breve tabella si vede a prima vista che sono gli ultimi tre indicatori nel loro insieme che possono permettere di modificare strutturalmente l’andamento degli altri indicatori soprattutto quelli relativi al fisco.

Diversamente gli aumenti retributivi ricercati se non accompagnati anche da una diminuzione di prezzi e tariffe verrebbero progressivamente annullati; i consumi si reprimerebbero nuovamente, diminuirebbero le entrate, non si ridurrebbe il debito e nemmeno la pressione fiscale che tornerebbe ad aumentare.

1 commento:

Tafanus ha detto...

C'è post per te! Sul Tafanus un primo riepilogo dell'andamento degli access sul "Network Progrssista"