sabato, febbraio 02, 2008

LE ANALISI STRUMENTALI SUL ‘68

Ricorre il quarantesimo dal grande evento politico, sociale ed economico che è rappresentato del “’sessantotto” e a fronte delle analisi pur critiche, ma del tutto corrette, ecco che come, le api sul miele, appaiono analisi del tutto strumentali che evidenziano certamente le devianze ed anche le drammaticità di quel periodo, ma nascondono del tutto una lettura obiettiva di quel periodo, delle premesse storiche e delle evoluzioni (ed anche involuzioni) susseguenti.

Affermare come si sente dire in questi giorni che il ’68 è sostanzialmente la causa del terrorismo in Europa dilata, esasperandola, certamente una responsabilità, forse anche una contiguità in certi casi o una sua degenerazione, ma da questo concludere che è stato solo questo significa mistificare la realtà.

Intanto il fenomeno ha riguardato sia l’Europa che gli Stati Uniti ed è iniziato molto prima ed è terminato molto dopo l’anno indicato e la base poggia su principi ed ambizioni legati alla pace, alla libertà, al miglioramento della società civile, allo studio, allo sviluppo di schemi politici nuovi che smontassero l’ingessatura del quadro politico mondiale scaturito dalla fine della seconda guerra mondiale, con la creazione dei “blocchi”, acuita dalla guerra fredda, rappresentata dal più grande paradosso costituito dalla costruzione del muro di Berlino.

Andava infatti esorcizzato il simbolo del potere hitleriano è nacque, dopo la divisione in zone dell’ex capitale, un muro in prefabbricato voluto dall’ Urss con la convenienza inconfessata del Patto Atlantico.

Già l’amministrazione di John Kennedy con il suo “american dream” cercò di innovare la politica, la società e l’economia americana e di riflesso quella mondiale (in prosecuzione ideale del new deal di F.D. Roosevelt) cercando di rimuovere “l’apartheid che ingessava l’ America e la guerra in Vietnam che costava al paese sacrifici e morti per nulla comprensibili alla maggioranza dell’opinione pubblica.

Queste sono le premesse ad un cambiamento mondiale delle varie società purtroppo interrotte drammaticamente sia dall’assassinio del Presidente Kennedy nel ’63, sia del fratello Robert nel 1968, preceduto circa due mesi prima, drammaticamente, dall’assassinio di Martin Luther King (l'America riconosce i suoi errori e i suoi eroi tanto che il 15 gennaio anniversario della nascita di quest'ultimo è festa nazionale).

Sono queste drammaticità che hanno però lasciato il segno nelle comunità mondiali, indicato percorsi alternativi che spingessero verso la pace e verso le eguaglianze dei popoli e delle varie comunità e l’ “I have a dream” di King non resta una frase morta, messa li senza significato e senza futuro, ma diventa soprattutto tra tanti giovani ed progressisti di tutto il mondo una bandiera, un concetto di aggregazione e nello stesso tempo di cambiamento.

Cambiamento che rimbalza ovunque in Europa, travalicando anche i “blocchi” con la Primavera di Praga (5 gennaio – 20 agosto 1968) dove le ingessature dei sistemi politici, anche quelli comunisti, vengono messe alla corda, anche se si trasformeranno in eventi drammatici, perché poi alla fine la storia presenterà loro il conto non molti anni dopo.

Questo è il contesto politico, economico e sociale che credo di aver reso abbastanza nitido e a questo vanno aggiunte nei vari paesi – europei soprattutto - le peculiarità che hanno alimentato questa rivoluzione pacifica e pacifista.

Nel maggio ‘67 comincia la Francia dove emerge sempre più la necessità di uscire definitivamente dal periodo colonialista che nel ’64 aveva raggiungo l’apice più drammatico con la guerra d’Algeria.

L’opinione pubblica si sente ormai lontana dai drammi della seconda guerra mondiale esi aspetta ed auspica un balzo in avanti sul piano economico, sociale e politico.

Lo stesso vale per l’Italia dove il boom economico ha indicato le potenzialità e le aspettative che si potevano auspicare, mentre lo sviluppo politico che pure c’era stentava a tenere il passo.

Lo stesso riguarda altri stati europei soprattutto la Germania ormai fuori dai risultati drammatici di due guerre mondiali perse ed una dittatura che ha prodotto danni che ancora oggi aleggiano nelle società.

In questi contesti i principi di eguaglianza, di eguali opportunità, del diritto allo studio, della rappresentatività, dell’attività politica divengono parlar comune e divengono un effetto dei progetti politici degli anni precedenti e sono la fucina per i futuri cambiamenti che avverrano anche in Europa non pochi anni dopo.

Esiste infatti in filo conduttore tra la rivoluzione dei fiori americana, al maggio francese, al
‘68 italiano ai “garofani rossi” portoghesi (che abbattono la dittatura), dove si gettano le basi per un rinnovamenti su tutti i temi sociali, politici, culturali ed economici; è in sostanza una linea di demarcazione, uno spartiacque, che lanciano il mondo verso il progresso generalizzato che si estenderà anche se non in modo compiuto anche nei paesi dell'Asia e del terzo mondo.

In Italia, ma non solo, accadono anche false interpretazioni che, purtroppo, ci trasciniamo ancor oggi: l’eguaglianza spesso si trasforma in egualitarismo, il diritto allo studio ( con l’eliminazione delle scuole industriali, l’introduzione della scuola dell’obbligo e l’apertura dell’università a tutti i diplomi) spesso rischia di trasformarsi in diritto – comunque - al titolo di studio, i diritti neo-dinastici non sempre in puro merito, il diritto al lavoro ed al salario non sempre è accompagnato dall’etica del lavoro.

Quel che più ha preoccupato però sono il tipo di evoluzione della politica dove, accanto alla modernizzazione di partiti vetusti e legati ai “blocchi” (si pensi al grande balzo di consenti ottenuto per anni dal Pci condotto da Enrico Berlinguer), nacquero degenerazioni che nulla hanno a vedere con questo fenomeno: il terrorismo di sinistra controbilanciato da quello di reazione e di destra ha stravolto e piegato, questa modernizzazione, ad ideologie del drammatico passato.

Ecco che chi dice in questi giorni che il ’68 è la matrice del terrorismo e della diffusione di massa delle droghe, non meriterebbe commenti proprio perché preferisce non analizzare seriamente la storia ed inquadrare invece i problemi correttamente senza così addossare responsabilità per pura comodità o,peggio ancora, per strumentalità.

Il terrorismo manifestatosi in quegli anni e seguenti, pur altamente drammatico, è stato un fenomeno per fortuna circoscritto per entità e adesione e pur con difficoltà è stato sostanzialmente eliminato, mentre gli effetti complessivi del “sessantotto” si sono protratti per anni sollecitando tutti al cambiamento pacifico nell’economia, nella società, nella politica e nella cultura.

Il terrorismo in realtà ha tante anime legate a fattori i più disparati, ma molto spesso legati a matrici etniche o religiose, che permane tuttora, con focolai che si spengono con fatica e definitivamente in certe zone, mentre nascono o rinascono nuovi, con altre matrici e con altri scopi in altri luoghi.

Sostenere quindi che il concetto di terrorismo è un principio insito nel fenomeno del “sessantotto” è una solenne bestialità.

Lo stesso dicasi per l’uso delle droghe (leggere): il loro uso può essere stato una manifestazione – per me riprovevole – di “rottura”, di anticonformismo, ma non centra nulla con la diffusione generalizzata delle cosiddette droghe pesanti degli anni successivi; innanzitutto perché il loro uso –nei ceti più abbienti - esisteva in Europa sin dall’ottocento e il suo uso generalizzato è per lo più legato a fattori essenzialmente sociali (per i consumatori) e politici (per i produttori).

Sostenere una diretta correlazione con il “sessantotto” rappresenta una assurdità evidente, quasi a voler sostenere che l’emancipazione economica e sociale ha portato a favorire i vizi popolari !

1 commento:

ReDDruNkWave. ha detto...

leggiti cosa ne pensa Gasparri:
http://www.radicicristiane.it/fondo.php/id/41/ref/3/Lo-spirito-del-%5C-68-alla-base-di-tanti-problemi-contemporanei