venerdì, novembre 30, 2007

Monte Paschi in rimonta

La recente acquisizione dagli spagnoli di Banca Antonveneta, ha permesso a quest banca antica di ampliare i suoi orizzonti ed incrementare il suo peso specificio nello scenario della finanza italiana.
Subito il mercato sembra non aver apprezzato l'operazione soprattutto per il prezzo e quindi il capitale impegnato, ma in effetti non ha forse attentamente esaminato le importanti sinergie che si prospettano attualizzabili nei prossimi anni.
La rete sportelli acquisita non ha infatti assolutamente alcuna sovrapposizione sulla rete esistente del Gruppo Monte e questi, inoltre, sono collocati in tutta la fascia del nord Italia, da est ad ovest, costituita dalle regioni più ricche e più effervescenti sul piano economico.
Certamente le vicissitudini di Antoveneta in questi anni, prima la Popolare di Lodi, poi l'ABAmbro e quindi il Santader hanno rallentato la crescia, anzi hanno consentito a Popolare di Vicenza e a Veneto Banca di sottrarle quote di mercato, ma il radicamento sul territorio c'è e le potenzialità, che derivano dalla stabilità del nuovo management (il piemontese Beppe Menzi passa dalla vice direzione generale del Monte a D.G. di Antonveneta) potranno velocemente essere nuovamente dispiegate.
Quel che invece emerge in parte della pubblica opinione sono invece fatti che sono più legati a risvolti squisitamente politici e di "campanile" che a fatti economici e finanziari oggettivamente determinanti.
Occorre dire che il Veneto (e meglio ancora il Triveneto) pur esprimendo una vivacità e crescita economica importante (il Pil prodotto è simile a quello della Lombardia) non ha mai saputo produrre una finanza (a parte Generali) in grado di competere con la finanza storica di Milano, Torino o Roma; le banche hanno sempre avuto una dimensione che se pur crescente, si è fermata ad un certo livello (anche ai tempi della Banca Cattolica del Veneto controllata dal Banco Ambrosiano o della CRVRVIBL confluita in Unicredit), quasi vi fosse un timore ad "allungare" il passo, o a superare l'interprovincialismo (resta forse il Banco di Verona e Novara sulla scena nazionale).
La convenienza di una allenza con la Toscana quindi dovrebbe esser ben accolta, dovrebbe esser vista con benevolenza la lieson tra due città antiche, sede fra l'altro di atei prestigiosi; invece ecco che emerge l'anima profondamente legata alla regione, cavalcata da chi sventola, come un cencio, il terrore dei "toscani rossi".
Mentre le altre banche regionali di prestigio prendono atto del fatto ed iniziano prove di dialogo, che potrebbero avere sviluppi importanti, determinanti e inaspettati non solo per la finanza, ma anche per l'ulteriore sviluppo economico della regione, ecco che invece emergono posizioni in effetti assai anacronistiche (dice il Governatore Galan: non è bello cadere in mano ai rossi toscani, ma sempre meglio dei calvinisti olandesi o dei capitalisti spagnoli dell ? Opus Dei !), che travisano la realtà.
Il Monte, ci piaccia o no, è di proprietà della comunità senese e questo spiega lo stretto legame tra banca e città, a prescindere dalle forze politiche che la governano; infatti su tre cose i senesi non saranno mai divisi, anzi uniti come un sol uomo: il Monte, il Palio e le Contrade ed al riguardo non riuscì, durante il ventennio, nemmeno il fascismo a sciogliere questo legame.
Far quindi ora leva sul monocolore politico delle amminstrazioni che dal dopoguerra amministrano Comune e Provincia è un mero esercizio dialettico per nascondere in buona sotanza il semplice disapppuno del ceto sociale ed economico del Veneto per non essere riuscito a compiere quel cambio di passo che i Toscani sono riusciti benissimo a fare da molti anni (gli uomini e donne del Monte non sono tutti toscani, ma esistono forti "etnie" di tutte le regioni).
Certamente le invasioni di campo del ceto politico e istituzionale nella conduzione della banca ci sono state e talvolta non molto piacevoli, ma questo semmai spiega perchè una banca di tale lignaggio non sia ad un livello ancor più grande di quello che ora rappresenta.
Nella sua recente storia diverse sono state le operazioni poco utili alla sua crescita che ha dovuto sopportare; ai tempi in cui il sistema bancario prevededeva procedure estremamente ferraginose per amplicare la rete sportelli era casomai il potere dei partiti di maggioranza nazionale che invadevano il campo per cui gli sviluppi della banca erano orientati verso aree geografiche meno ricche (quante piccole banche del sud Italia acquistate perchè in procinto di fallire) a scapito di aree più ricche (il Monte aprì il primo sportello a Verona nel 1963 e ci vollero 20 anni per aprire il secondo a Mestre).
La musica, pur con operazioni di acquisizione scelte autonomamente, ma oltremodo onerose (Banca del Salento), è continuata sino a pochi anni or sono (l'aquisizione di Bnl era praticamente cosa fatta - molto prima che scendesse in campo Unipol - ma i veti, politici, non economici e sociali , la impedirono) ed ora, finalmente, la capacità di far banca (comunque dimostrata in passato) si può dispiegare ed affrontare solo e soltanto le opportunità e le avversità che il mercato pone.

martedì, giugno 12, 2007

Dove va la Germania e dove va l' Italia

Vi segnalo un interessante articolo sulla Germania apparso ieri, 11.6.07, sul supplemento economico di Repubblica, Affari & Finanza.

Racconta molto bene ed in modo obiettivo cosa è avvenuto e sta avvenendo sul piano economico, sociale e politico in questo paese dalla riunificazione delle due Germanie ad oggi e quelle che sono le prospettive future di questo paese che viaggia ormai da due anni ad un ritmo di crescita importante (3%).

Trattandosi di un periodo che sta arrivando ai 4 lustri, è riduttivo attribuire i meriti ora ad una amministrazione ora all'altra susseguitesi nel tempo,tanto meno darne esclusivamente merito al nuovo governo nato lo scorso anno, perché i risultati vengono da molto lontano e sono stati costruiti pazientemente sia con il governo centrale che con il contributo dei vari Landers ed hanno fatto uscire questo paese da un punto di empasse che sembrava non riuscire a superare (la Germania è uscita dai parametri di Maastricht e rischiava di essere sanzionata).

Cosa è successo dunque: governo centrale e federale hanno progettato ed attuato un percorso di sviluppo economico che poggiasse sui punti di forza storici (meccanica, chimica, manifatture, ecc), ma innestando una stretta correlazione tra industria in senso lato e ricerca applicata sostenuta dal governo centrale o locale,al fine di raggiungere maggiori livelli di eccellenza ad alto valore aggiunto.

E' nato quindi un patto, mettendo da parte o stroncando senza tanti complimenti l'insorgere delle intuibili "furbizie", tra governo, impresa e sindacati, per concretizzare questo ambizioso progetto.

Il pensiero economico anglosassone e nord americano ha arricciato il naso sui termini di questo progetto perché migliorare efficienza ed efficacia nella produzione tradizionale veniva considerato meno utile che convertire su nuove tecnologie e nuovi comparti produttivi e finanziari (un pò come ha fatto Blair nel Regno Unito, dopo il deserto pietrificato prodotto dalla amministrazione Teacher) e poi perché la produzione delle solite cose, se pur eccellenti, sarebbero troppo legate alle esportazioni e quindi al rischio di un calo di domanda estera.

La Germania invece ha insistito nel voler fare le cose che ha sempre fatto in modo eccellente e per il rischio connesso al calo delle esportazioni ha decisamente puntato sulla crescita di stati che erano del terzo mondo (Cina, India, Brasile, Messico, Sudafrica), dopo aver lavorato non poco alla integrazione fra le due nazioni tedesche.

Occorre tener presente che la disoccupazione non è ancora del tutto scesa a livelli fisiologici, che la pressione fiscale è simile alla nostra e che il sistema pensionistico è uno dei più eccellenti e costosi (ed è per questo che si è deciso l'innalzamento dell'età pensionabile salirà a 67 anni con una progressione da sviluppare in 7 anni).

Mi si dirà: interessante, ma che c'azzecca ?

C'entra e come perché, anche se con altri percorsi, la Spagna già si sviluppa a ritmi sostenuti e la Francia, che negli ultimi anni ha sonnecchiato sotto Chirac, potrebbe riprendere la marcia con l'amministrazione Sarcozy.

Mentre l'Italia invece continua a trastullarsi con battaglie di retroguardia che avvantaggiano ora una coalizione ora l'altra, ma un vero progetto di nuovo sviluppo stenta ad uscire e crescere.

Grava effettivamente sulla economia italiana un forte debito pubblico, frutto dei nostri vizietti d'un tempo, il costo nella macchina statale è elevato, ma esiste però una ricchezza prodotta, ma sommersa, di proporzioni enormi (30% del Pil ufficiale).

Inoltre non dimentichiamo che quello italiano è fra i popoli più "risparmiosi"; infatti sappiamo perfettamente che la ricchezza degli italiani è circa 7 volte il Pil annuo.

Come un gioco delle parti però si inneggia ora alla lotta contro l'evasione fiscale, ora contro la eccessiva pressione fiscale, ora contro l'imprenditoria imbarazzante, ora contro l'eccessivo costo delle amministrazioni pubbliche, ma mai accade invece che si costruisca un percorso di sviluppo economico che tenga conto di tutte le componenti, nessuna esclusa, e su questo si innestino le contribuzioni che lavoro, capitale ed istruzione debbono essere messe in campo per concretizzarlo.

Le iniziative, quando ci sono, sono estemporanee, spezzettate, senza continuità ed è per questo che si innestano poi le lotte di cortile, i particolarismi, i distinguo che ci fanno tenere il motore acceso, senza che la macchina però si metta con decisione in moto e sviluppi il suo percorso.

In questo modo si scivola molto spesso nel paradosso: si parla di pressione fiscale eccessiva, ma chi protesta dovrebbe essere chi ha un sostituto d'imposta e non viceversa; si dice che l'impresa è il motore dell'economia si dimentica di sottolineare che i dipendenti non sono un fattore incidentale; quando si parla di evasione fiscale, non si vorrebbero gli studi di settore perché basati sulla presunzione e non sulla deduzione.

Non parliamo poi della occupazione: quando si parla di flessibilità in realtà si pensa ai rapporti di lavoro di tipo precario, non posso costituire una base per programmi e sviluppi duraturi.

Sul sistema pensionistico non si vuol intendere che le età pensionabili andranno progressivamente allungate e la conferma di questa necessità sono le pensioni vigenti, delle quali circa un terzo è sotto i mille euro (cifra che tosata dal libero mercato non può che mettere in difficoltà chi non lavora più).

Le politiche lanciate di tanto in tanto sono poi decisamente avventuristiche:

con le premesse innegabili espresse non è assolutamente possibile attuare lo slogan "più mercato meno stato" perché attuarlo significherebbe pagare si meno tasse, ma anche mettere "a rientro" il debito statale, ridurre ai minimi termini la struttura amministrativa pubblica, deregolamentare un po’ tutti i settori produttivi, dei servizi, assistenziale e previdenziale e quindi ognuno per sé....

Qui si tratta invece di progettare e sviluppare realmente un percorso virtuoso che tocchi il risparmio nella politica, nella amministrazione e finanza pubblica,nel ridimensionamento del debito (ricordo che nei primi anni 70 era un quarto dell'attuale), nella revisione strutturale dei contratti di lavoro e di quelli previdenziali e assistenziali,nello sviluppo dell'istruzione correlata alle reali necessità dell'economia, della ricerca finalizzata allo sviluppo di processo e di prodotto della impresa(forse meno studi di settore e più distretti industriali abbandonati da decenni).

Le potenzialità ci sono perché l'economia italiana, nonostante tutto cresce e dimostra di saper avere i numeri per ritornare ad emergere; quel che manca è una seria e coerente politica industriale e molta coesione economica e sociale che metta da parte gli individualismi, comprendendo quindi che le opportunità debbono essere perseguite da tutti, affinchè tutti ne tragano vantaggio.

lunedì, aprile 02, 2007

Telecom Italia

Si è manifestato in questi giorni l'interesse da parte di compagnie telefoniche americane ad acquisire il 66% del controllo della società che detiene il 18% di Telecom e Tim Italia e stanno sorgendo forti perplessità da parte del Governo in carica in quanto questa operazione porterebbe il controllo della principale compagnia telefonica mobile e fissa fuori dei nostri confini, ma soprattutto questo interesserebbe anche i principali assets, fra cui la rete telefonica.
La preoccupazione è, penso, proprio fondata in quanto, se questa operazione andasse in porto,
sarebbe come vendere una società autostradale ed insieme a questa anche la proprietà anche della rete stradale.
Certamente a suo tempo la privatizzazione di Telecom avvenne in modo assai affrettato per la necessità di ridurre velocemente il debito dello stato e poter quindi rientrare nei parametri necessari per l'entrata nell'euro; il collocamento avvenne in una unica soluzione (a differenza di altre società come Eni ed Enel che avvennero in più tranches) e si venne a creare soltanto "un nocciolino" di comando della società privatizzata.
La disponibilità della rete da parte degli altri operatori telefonici emergenti venne sancita dalla regola "dell'ultimo" miglio, per cui la fruizione degli impianti fu garantita alle società concorrenti presenti e future.
Successivamente avvenne il doppio passaggio del controllo della compagnia prima con l'acquisizione da parte di Olivetti cappeggiata da Colaninno e poi con l'acquisizione da parte di Olimpia cappeggiata da Tronchetti Provera e Benetton.
Il modo in cui questi passaggi di controllo avvennero sono, a mio modo di vedere, la causa che hanno portato nelle secche la compagnia e la conseguente scelta di passare la mano.
Infatti contrariamente alle migliaia di investitori italiani che misero mano al portafoglio, i pacchetti di controllo si appoggiarono quasi esclusivamente su provvista a debito (credito bancario ) contando sul fatto che la redditività della Telecom avrebbe consentito rapidamente la remissione del debito.
Nei vari passaggi però il pacchetto di controllo crebbe in maniera consistente ed altrettando consistente aumentò la provvista a debito che fu poi trasferita in Telecom con una serie di fusioni/incorporazioni.
Questa fu il primo passo che portò alla repressione dei valori di borsa della società, calo che è gravato indistintamente sia sul 18% di controllo che sul restante flottante in mano agli investitori che aveva acquistato con denari propri.
La realtà attuale è che nonostante la liquidazione di assets (più o meno) non strategici il debito in Telecom è pari al fatturato (si parla di oltre 30 miliardi di euro) e la redditività della azienda
non può essere destinata, tutta, alla remissione del debito, ma deve remunerare pure gli azionisti compresi (soprattutto) quelli che controllano il 18% che hanno la necessità, quantomeno, di coprire le perdite derivanti dal diminuito valore di carico del pacchetto di controllo stesso (per effetto del calo sensibile del corso del titoli in borsa).
Il peccato originale sta proprio qui: l'operazione di acquisizione di Telecom è stata attuata esclusivamente con mezzi di terzi , il debito conseguente è stato fatto gravare sulla società stessa, si sono così ridotte le capacità dell'azienda di finanziare ulteriori investimenti ed ora si prospetta , qualora il passaggio di quote Olimpia andasse in porto, una continuità nella fragilità della struttura patrimoniale della società; non penso infatti che sia interesse della nuova, eventuale, proprietà immettere ancora mezzi propri per riequilibrare la fragilità strutturale.
Un particolare interesse potrebbe essere costituito dalla possibilità di Telecom di entrare massicciamente nel settore della trasmissione televisiva, ma, accanto alle indubbie possibilità tecniche, l'incertezza normativa esistente in Italia permane ormai da tempo ed i veti incrociati sul progetto di Legge Gentiloni, non sembrano certo aprire a nuovi players che potrebbero operare nella tv via cavo Tantomeno se ne interesso la precedente Legge Gasparri).
La dimostrazione di ciò può essere anche ricondotta allo "scandalo" Rovati dell'estate scorsa; ha poca importanza sapere se il Governo sapesse o meno, stà il fatto che il progetto Rovati non era poi così peregrino: da un lato la Cassa Depositi e Prestiti acquisiva la rete telefonica (cavi, ripetirori, centrali, ecc) e dall' altra Telecom avrebbe avuto buone risorse sia per ridurre il debito sia per nuovi investimenti nella telefonia mobile e fissa ed anche nel settore televisivo.
Questo da un lato avrebbe diminuito il potere dell'attuale gruppo di controllo e dall'altro si sarebbe creato un vero e proprio terremoto politico poichè con la contenuta maggioranza di questo Governo, l'opposizione sarebbe insorta strappandosi le vesti.
Bah, tutti buoni a predicare concorrenza e competizione, ma quando queste ci toccano da vicino ecco che i distinguo si sprecano.
Stremo a vedere

domenica, aprile 01, 2007

Trattamento di fine rapporto e previdenza complementare

La Legge Maroni, la cui attuazione è stata anticipata dal Governo Prodi che ha aumentato il numero dei gestori inserendo la più grande assicurazione nel comparto pensionistico costituita dall' Inps, consente oggi ai lavoratori dipendenti di scegliere dove destinare, in alternativa al passato, il salario differito; non solo e soltanto quindi verso il Tfr gestito dalle imprese, ma anche ad altri gestori (banche, Assicurazioni, Inps, ecc).
Il Governo in carica ha pure in progetto, egregio, di procedere all'accorpamento di tutti gli istituti previdenziali (esclusa per il momento l'Inail) che consentiranno, pur mantenendo gestioni separate, la costituzione di un SuperInps, con economie di scala che consentiranno risparmi di spesea in circa 2 miliardi di euro l'anno.
I risparmi, che non sono poca cosa, deriveranno da un migliore utilizzo delle risorse operative e dai risparmi derivanti dalla fusione delle rappresentanze territoriali.
Il Tfr è forse il più antico istituto contrattuale obbligatorio che, in origine, aveva lo scopo di costituire risorse per i lavoratori che non fossero più in grado di lavorare, affiancato successivamente dal sistema pensionistico che sino al 1993 era basato sul sistema retributivo (principio di sussidiarietà) e successivamente sul sistema contributivo.
Gli strumenti legislativi che regolano il diverso modo di gestire il tfr è regolato sia dalla L. 124/93 che dalla successiva 252/05 che si affiancano alle regole che continuano a regolare il Tfr, più precisamente indicate dall' Istat (nell'attualità il 75% dell'incremento dell'indice dell'andamento dei prezzi al consumo per le famiglie maggiorato di 1,5 punti %).
La formula che regola e regolerà il tfr (tasso istantaneo ad oggi ",625%) gestito dalle aziende è una soluzione squisitamente matematica (regola che verrà applicata anche ai tfr, dei dipendenti delle aziende con più di 50 dipendenti, inoptanti che coinfluiranno in Inps) che in regime di tassi relativamente bassi come l'attuale consentono una rivalutazione degli accantonamenti sostanzialmente analoga, appunto ai tassi correnti; nel caso in cui si dovessero presentare situazioni nelle quali i tassi raggiungono livelli ben superiori (come avvenuto sino alla seconda metà degli anni 90) ecco che il tasso di rivalutazione si potrebbe discostare sensibilmente dai tassi correnti (per tassi correnti mi riferisco ai rendimenti dei titoli di stato).
Sul fronte delle imprese il Tfr costituisce una fonte finanziaria per la loro attività che al momento attuale non si discosta molto dai tassi correnti, mentre nel passato la provvista finanziaria derivante dal tfr consentiva risparmi significativi rispetto ai tassi di mercato correnti.
Le leggi succitate hanno lo scopo di costentire una diversa gestione degli accantonamenti di tfr e nel caso in cui vengano scelti fondi di negoziali di categoria, o altri fondi pensione, vi è la possibilità di trasformare, alla pensione, i montante accantonato in pensione integrativa in quanto la liquidazione di tali risorse individuali è limitata, se richiesta, al 50% dei versamenti rivalutati.
Questi nuovi strumenti legislativi hanno quindi un duplice scopo: il primo di dare una maggior dinamicità ai criteri di gestione delle risorse accantonate dai lavoratori dipendenti qualora decidessero di non lasciare in gestione(con la formula matematica indicata in premessa) alle rispettive aziende il tfr e l'altro di creare delle risorse che in tutto o in parte vengano utilizzate sottoforma di pensione integrativa, aspetto non secondario in presenza di un sistema pensionistico a base contributiva ( soggetto anche alla revisione decennale dei coefficenti di trasformazione, correlati agli indici di mortalità ).
Quel che mi lascia un po perplesso però è il tipo di risultati che ci si potrebbero e dovrebbero attendere dalle gestioni "alternative"; a prescindere dalla linea di investimento che il lavoratore intenderebbe scegliere all'interno del fondo pensione, sarebbe logico attendersi rendimenti migliori della formuletta che l'Istat fa applicare sui tfr versati nelle rispettive aziende.
Da una prima indagine non sembra sia proprio così: esaminando il rendiconto 2006 di uno dei più vecchi fondi di categoria, si può riscontrare che solo la linea di investimento più "vivace" consegue risultati decisamente significativi (oltre il 4%) mentre per le altre siamo al livello del tasso Istat o addirittura a meno della metà; inoltre i rendimenti sono tutti inferiori ai rispettivi benchmarck di riferimento (ovvero la media dei rendimenti dei comparti, con analogo livello di dischio, tutti i fondi ).
La legge regola adeguatamente il comportamento dei gestori e delle strutture di controllo ed occorre tener presente che l'operato del fondo ( tramite i gestori) deve essere animato anche da principi di assoluta prudenza e che i devono essere progettati sul lungo periodo, ma occorre però dire che è del tutto lecito confrontare il rendimento del fondo in un dato periodo con la media dei tassi correnti nel periodo stesso ed attendersi risulatati più che analoghi.
Nella realtà, come detto, così non sembrerebbe, nemmeno nelle linee di investimento più aggressive ( a maggioranza azionaria) se si tiene conto che il rendimento è soltanto un quinto della crescita dell'indice di borsa italiano (mitel).
Se lo scopo quindi è stato quello di ricercare strumenti per migliorare il rendimento dei tfr occorrerà senz'altro che vi sia una revisione critica delle azioni poste in essere nel passato da parte dei fondi (e dei gestori) esistenti ed un analoga programmazione da parte di quelli nascenti perchè i lavoratori dipendenti al momento della pensione si attendono risultati sulla rivalutazione dei loro accantonamenti perolomeno analoga a quella che avrebbero conseguito se avessero gestito queste risorse in semplici titoli di stato a medio termine.
In questo ambito andrebbe pure riconsiderato il peso delle spese di gestione (che per il tfr non esistino) in quanto ci troviamo di fronte a masse consistenti di risorse il cui costo di gestione non può, se non entro certi limiti, essere percentualizzato (non possiamo tenere sullo stesso piano la commissione di gestione di un investimento da 10 mila euro e quella di un milione di euro).
Mi rendo conto di aver toccato tasti assai delicati, ma il tema è assai scottante e penso sia utile, sin da ora, approcciarsi in modo appropriato alla gestione (e ai risultati) per non trovarsi in un futuro prossimo in situazioni difficilmente sostenibili e giustificabili.
Del resto occorre tener conto che il flusso da gestire è decisamente importante (considerate che la produzione annua di nuovo tfr è circa 19 milardi di euro) e i clienti (lavoratori dipendenti) hanno tutto il diritto, pur riconoscendo il ruolo dei gestori, di pretendere la fetta maggioritaria dei risultati (rivalutazioni) attesi.

martedì, maggio 16, 2006

Nuova Legislatura e nuovo Presidente della Repubblica

Già all'inizio della legislatura recentemente conclusa era ben chiaro che, se i mandati parlamentare e presidenziale avessero avuto la loro durata naturale, ci saremo ora trovati in una situazione in cui il risultato elettorale, qualsiasi fosse, avrebbe influenzato, più che nel passato, la scelta del nuovo presidente della Repubblica.
Sarebbe stato, com'è stato, diritto/dovere della nuova maggioranza proporre un candidato che raccogliesse i più ampi consensi per la nomina delle tre più alte cariche dello stato, ma nella realtà questo scopo non è stato raggiunto nemmeno per la nomina del Presidente del Senato, nè per quella del Capo dello Stato.
In primo luogo, infatti, il Centrodestra, nel quinquennio, non ha assolutamente curato il coinvolgimento dell'opposizione nelle scelte fondamentali che travalicano la maggioranza pro tempore vigente, utili al miglior funzionamento della macchina statale (Riforma Costituzionale), delle regole rappresentative (Legge elettorale) e delle prospettive economiche (Dpf e leggi Finanziarie).
Le modifiche costituzionali sono state approvate a maggioranza per cui si rende ora necessario il referendum confermativo; nel caso in cui queste non trovassero conferma occorrerebbe ricominciare d'accapo e il lavoro ed il tempo svolto risulterebbe sprecato.
La legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza (che peraltro sostituisce le indicazioni referendarie che a suo tempo indicarono il sistema maggioritario) ha dimostrato nei fatti che non consente una solida maggioranza al Senato ed occorrerà quindi che venga ripresa in esame perchè in futuro questa distonia venga eliminata.
I Dpf e le Leggi Finanziarie, prerogativa esclusiva della maggioranza, si sono concretizzate con azioni che presuppponevano una siatuazione critica congiunturale, mentre il Centrosinistra sosteneva che la crisi era strutturale e che pertanto altre erano le scelte che si imponevano.
Per questi tre aspetti la maggioranza che si appresta a governare dovrà ricercare adeguato coinvolgimento anche con l'opposizione proprio perchè si tratta di cambiamenti di lungo periodo che debbono essre studiati in funzione dell'utilità che ne può trarre tutto il paese a prescindere dalle maggioranze che via via nel tempo si andranno a formare (la Costituzione vigente viene "modernizzata" a 60 anni dalla sua nascita).
In secondo luogo la campagna elettorale, per sua natura sempre vivace e aspra, è stata impostata dal Centrodestra molto poco sui programmi e su chiari modelli socio-economici e molto di più sulle ideologie populistiche per cercare consensi.
Il Centrosinistra ha sviluppato e pubblicizzato il suo programma in alternativa a quello attuato dal Governo uscente, criticandone conseguentemente le azioni e risultati relativi, mentre il Centrodestra ha cercato di delegittimare essenzialmente il fronte opposto, quasi fosse un confronto referendario.
Certo, questa azione ha prodotto i suoi risultati riducendo al minimo il vantaggio del Centrosinistra, ma ha nel contempo imbigliato la propria azione e contributo futuri, sin dalle prime azioni necessarie per mettere in moto la macchina parlamentare.
Una campagna elettorale meno barricadiera avrebbe consentito di avere rapporti negoziali a partire dalla elezione del Presidente del Senato, ma la proposta di uno uomo super partes come Giulio Andeotti, in realtà aveva essenzialmente lo scopo di creare una divisione nella coalizione di Centrosinistra per cui questo non ha potuto che scelgliere un proprio uomo, per evitare questo pericolo.
Ancor di più è emersa la difficoltà a negoziare con il Centrosinistra la scelta del nuovo Capo dello Stato, dopo aver paventato pericoli anacronistici che non sono creduti nemmeno dall'elettorato che ha dato il suo consenso al Centrodestra; anche in questo caso si è preferito creare le premesse per una opposizione rigida, piuttosto che raggiungere un'intesa che potrebbe essere considerata contraddittoria alle grandi linee della recente campagna elettorale.
Le cose comunque dovevano proseguire non essendo possibile attendere intese che, con queste premesse, non ci arebbero mai state; gli uomini sono stati scelti e l'iter dovrà comunque continuare.
Già dai primi monenti possiamo riscontrare che le prime tre alte cariche dello stato impongono il ruolo di pertinenza: i Predisenti Bertinotti e Marini si muovono già con forte carattere istituzionale e lo stesso Presidente Napolitano comincia ad agire con tale scioltezza che sembrerebbe aver da sempre ricoperto quel ruolo.
Occorrerà ora vedere, dopo la designazione dell'incarico all' On. Prodi, se i rapporti tra Governo, maggioranza e Parlamento nel suo complesso, pur nei doverosi rapporti dialettici, andranno velocemente a normalizzarsi.
Sarebbe un vero peccato, per l'Italia e gli Italiani, se prevalesse la strategia attuale del Centrodestra di cercare, più che l'opposizione, un vero e proprio boicottaggio.

venerdì, gennaio 27, 2006

Palestina: una storia infinita

Le recenti elezioni in Palestina hanno innaizitutto sconvolto l'assetto politico di questo paese e conseguentemente vanno ripensati i rapporti politici con questo stato e Israele, aituati dalle politiche estere, in primo luogo di Europa e Stati Uniti.
Il radicalismo palestinese per decenni ha impedito una adeguata organizzazione politica e sociale dello stato, mentre Israele ha ripreso una politica di difesa, iniziata con la "guerra dei sei giorni" nel '67, dalle intenzioni bellicose di tutto il mondo arabo.
Occorre aggiungere che all'interno del mondo arabo ed islamico, il popolo palestinese, non è mai stato visto di buon occhio, per la sua "superiorità" intellettuale, sociale e politica per cui si è trovato incastrato tra le esigenze di difesa dei confini da parte di Israele, di definire i territori per un proprio stato da parte dei Palestinesi e di ampliamento dei propri territori da parte degli stati arabi confinanti, desiderosi di avere maggior accesso al Mediterraneo.
Al Fatah e Yasser Arafat hanno sviluppato una politica, ma anche una azione militare e terroristica,trasformatesi poi in una lunga marcia di normalizzazione a partire dal 1993 con gli Accordi di Camp David.
Da un lato quindi la ricerca di stabilità interna in Palestina e dall'altro la ricerca di accordi con Israele hanno prodotto una serie di accordi non ultimo quello sulla striscia di Gaza e quello per le votazioni dei palestinesi a Gerusalemme, ma l'opionione pubblica non ha conosciuto i reali mutamenti che nel frattempo si stavano creando all'interno della comunità palestinese, e le politiche internazionali si son ben guardate dall'ipotizzare i nuovi scenari che sono apparsi prepotentemente in questi giorni.
Non si è percepito per nulla il motivo per cui in Palestina sia sorto e sviluppato un movimento, apparentemente radicale verso Israele come Hamas, ma nella realtà antagonista anche verso Al Fatah; non si son capite le radicalità sviluppate da Sharon, contro la politica di Arafat; non si son capite le ragioni che hanno portato Sharon a formare una realtà politica di centro sviluppatasi in pochi giorni.
L' opinione pubblica, per nulla aiutata dai plenipotenziari internazionali, ha spesso percepito queste azioni come de fossero esercizi di "machiavellismo" medio orientale, mentre ora, a cose fatte, la situazione appare molto più logica e chiara.
La realtà, in Palestina era che per troppo tempo Al fatah aveva assunto una posizione dominante senza, in forza di questo, cercare di dare un ordinamento efficente allo stato e solo recentemente
sono apparse le prime regole concrete con le elezioni del 2004, ma se ben ricordate gli esponenti di governo palesinesi andavano spesso in rotta di collisione con il principale esponente di Al Fatah.
In questo ambito lo spazio politico e sopattutto sociale che Arafat perdeva nella comunità veniva
occupato progressivamente da Hamas, percepito nella comunità internazionale soltanto come terrorista anti istraeliano.
Nel frattempo Sharon aveva scelto la politica di isolare e ridimensionare fortemente il ruolo di Arafat, assumendo posizioni assai decise, anche militarmente, per sancire che lo stesso Arafat era l'ostacolo per accordi di pace duraturi tra Israele e l' Olp Palestina.
Con la morte di Yasser Arafat, Sharon ha effettivamente dimostrato, con la sua politica, che lo "scoglio" era superato e la fase di normalizzazione è aumentata anche con la chiusura delle colonie israeliane nella striscia di Gaza e l'apertura di alcuni confini.
Inoltre l'operazione compiuta da Sharon di costituire per le prossime elezioni di marzo un nuovo soggetto politico di centro poteva fino a pochi giorni or sono apparire soltanto una evoluzione politica per creare uno strumento più utile al confronto politico interno.
Vi è invece ora il forte convincimento che Sharon avesse previsto per tempo il cambiamento politico all'interno della comunità palestinese e che occorresse quindi uno nuovo strumento per contrastarla e con cui confrontarsi.
Purtroppo la morte di Arafat non ha alla lunga aiutato Israele, ma ha dato spazio ad Hamas e la grave malattia di Sharon ci impedisce di sapere quale sarebbe il sul atteggiamento sulla nuova maggioranza assoluta raggiunta da Hamas in Olp Palestina.
La realtà dei fatti è comunque che in Olp Palestina il partito di governo dei prossimi anni sarà quello di Hamas e piaccia o no, con questo si dovrà confrontare Israele e la comunità internazionale.
Certamente la nuova situazione creatasi è assai complessa e quindi preoccupante perchè è sorto un nuovo oggetto politico e non è ben chiaro come con questo si possa trattare; ma è altrettanto vero che è apparsa una nuova connotazione, accanto a quella terroristica, di partito parlamentare, che tutti auspichiamo debba prevalere.
Le chiusure generalizzate apparse di primo acchito da parte di Israele e di Olp, ma anche di Europa e Stati Uniti sembrano quindi poco realistiche e più emozionali, proprio perchè non è pensabile che questi non avessero previsto anche questa novità, nè si possono sottrarre al confronto disconoscendo l'avversario politico.
Lo stesso Presidente Bush ha oggi affermato "" non si può esportare la democrazia e poi lamentarsi dei risultati della democrazia"": ciò sta a significare che una soluzione alla ripresa dei rapporti destinati alla pacificazione dell'area medio orientale vada comunque ricercata.
D'altro canto se lo scopo dichiarato di Hamas era quello di contrastrare, con il terrorismo, Israele, ora che è forza di governo potrà cercare di modificare accordi esistenti, ma non potrà continuare su una strada che troverebbe oppositori anche all'interno della comunità palestinese.
Non è pensabile infatti che la comunità palestinese abbia dato mandato, con il voto, per sostituire l'azione terroristica con quella parlamentare: la maggioranza ha scelto nuovi uomini in primo luogo per meglio governare lo stato poi per ridefinire i rapporti internazionali fra i quali c'è certamente Israele, ma anche Stati Uniti ed Europa.
Grande è quindi il ruolo di questi due ultimi perchè grandi sono i rapporti fra questi ed i due principali stati contendenti; in particolare l'Europa da sempre vicina ad Israele, ma, con forti aiuti economici, anche con Olp.

lunedì, gennaio 23, 2006

A proposito di conflitto di interessi

Da almeno 12 anni si sente parlare su tutti gli organi di stampa (su carta o televisiva) e negli incontri politici, di conflitto di interessi che esisterebbe per alcuni uomini politici italiani e, più recentemente, per uno dei principali partiti, ovvero i Democratici di sinistra.
Tale conflitto è indicato, per le società di capitale, dal codice civile e sono ben delineati i comportamenti da tenere da parte degli amministratori indicando pure le sanzioni, nel caso in cui questi comportamenti vengano disattesi.
In buona sostanza è fatto obbligo all'amministratore, nel caso di una o più specifiche iniziative, di informare preventivamente gli organi di governo della società del conflitto appunto esistente fra l'azione della società e l'amministratore (compresi i terzi a lui riconducibili).
In caso di decisioni prese, l'amministratore in conflitto, deve astenersi.
Nel caso in cui tutto ciò non avvenisse, gli eventuali danni che dovesse patire la società, sono direttamente imputabili all'ammistratore con apposita iniziativa legale.
Questa disciplina è stata introdotta anche, con apposita legge, dalla amministrazione dello stato in relazione, soprattutto, alla predisposizione e promulgazione di delle leggi e similari che regolano il funzionamento dello stato e della società.
La legge esistente certamente affronta questa disciplina, ma non attua tutti quei principi di comportamento che evitino nel modo più ampio, che tale conflitto possa sussistere.
Nelle democrazie liberali anglosassoni infatti, dove questo conflitto si potrebbe manifestare con più frequenza e da molto più tempo che in Italia, si è individuato uno strumento, obbligatorio, che regoli tale disciplina, strumento che in modo del tutto volontario è stato attuato dal nuovo Governatore della Banca d'Italia, Dr. Mario Draghi.
Il Governatore ha infatti liquidato tutte le risorse personali che potessero essere in conflitto con la sua nuova funzione, risorse che sono state assegnate ad un gestore, senza resa dei conti per il mandante.
Lo stesso sindaco di New York, Bloomberg, ha fatto altrettanto.
In Italia, al contrario, tale azione non è stata assolutamente così drastica e quindi, molti sono i casi i cui questa netta separazione fra interessi personali e scelte politiche di diversi uomini politici non c'è stata.
La conseguenza è che questo conflitto continua a permanere latente e di tanto in tanto riappare avvelenando la vita politica e sociale del paese.
Una scelta di tipo anglosassone, certamente, sembrerebbe assai eccessiva per il cittadino che intendesse scendere in politica in quanto vedrebbe liquidare le proprie risorse affidandole in amministrazione a terzi, rinunciando (magari solo per una o due legislature) quindi ad interessarsi al patrimonio che ha creato e che gli appartiene, ma è fuori di dubbio che amministrare la res pubblica, significa anche creare una separazione tra fatti personali e quelli pubblici, soggiacendo pertanto soltanto al giudizio politico dell' elettorato.
Ne consegue che è interesse anche dell'amministratore eliminare qualsiasi collegamento o frammistione per poter essere apprezzato o meno sul suo operato.
Altra cosa è il conflitto di interessi che riguarderebbe invece un partito che oggi è sarebbe costituito dai Democratici di Sinistra.
Innanzitutto qualsiasi partito riassume interessi economici, sociali ed ideali di una fetta, più o meno ampia, della collettività per cui le azioni volte a cercare di tutelarli sono un dovere non certo una interessenza.
Fra l'altro il sistema di formazione e promulgazione delle leggi, a qualsiasi livello (regionale, comunale, privinciale o nazionale) necessariamente coinvolge e si intreccia con i contributi degli altri partiti esistenti per cui i risultati si riverberano su tutta la collettività, in quanto funzionali ad essa.
Inoltre la caratteristica dei partiti attuali non è più nemmeno interclassista bensì d'opinione per cui legiferare per una categoria o una lobby risulta assai difficile, se non impossibile.
Se il conflitto di interessi esistesse davvero credo che lo si potrebbe imputare, ancor di più, alle organizzazioni sindacali, che tutelano contrattualmente una specifica categoria di lavoratori dipendenti, o dipendenti di una singola azienda; ma ovviamente così non è perchè non vi è frammistione tra le azione sindacale e risultato, in quanto questo va ai dipendenti in modo indistinto (iscritti e non iscritti).
Guardare al passato poi può essere un buon esercizio di storia, ma trasporlo ai giorni nostri risulta operazione assai azzardata: al tempo dei "blocchi" i finanziamenti esterni ed interni esistevano, ci piaccia o no, per tutti gli schieramenti politici (dalla Dc al Pci) ed il malaffare che ne può essere scaturito è emerso ed ha portato al collasso della struttura politica di quel tempo.
Oggi accusare i Ds di conflitto d'interesse appare francamente un esercizio assai forzato: non esiste diretta correlazione o interesse tra l'azione di questo partito ed i risultati che questo può aver incamerato; del resto questo non avviene nemmeno in tutti gli altri partiti che contribuiscono alla ammistrazione del paese, ma non traggono alcun vantaggio diretto, se non quello del loro riconosimento politico.
Qualora invece si riscontrasse che ciò non è avvenuto perchè un partito o suoi esponenti hanno beneficiato del risultato della loro azione, allora in questo caso ci troveremmo di fronte ad alri reati (come il finanziamento illecito, la malversazione, ecc), ma non certo difronte ad un conflitto di interessi.