venerdì, ottobre 31, 2008

SCUOLA D’ ECCELLENZA O SCUOLA D’ELITE

La consestazione studentesca che è motata già da qualche settimana e la manifestazione sindacale del 30 ottobre nelle principali piazze (oltre a Roma non dimentichiamo Milano) contro il Decreto Gelmini e contro e la Legge Finanziaria triennale di Tremonti – al di là dei numeri – mostrano una profonda insofferenza e preoccupazione che investe la scuola italiana e quindi una importante fetta dell’opinione pubblica costituita da famiglie, studenti e insegnanti di ogni ordine e grado nonché il personale non docente.

Non sono certamente le novità che possono preoccupare questa fascia di opinione pubblica ( ma anche la restante, imprese comprese, che beneficiano della formazione scolastica degli italiani) perché le novità, se ben spiegate per modalità ed obiettivi, dovrebbero portare sempre a miglioramenti significativi sia per le casse dello stato che per tutta la comunità.

Obbiettivamente il mondo della scuola nella sua totalità (studenti, insegnanti, famiglie non docenti) sa riconoscere perfettamente dove si può migliorare, dove si può economizzare, dove si può aumentare l’efficienza e migliorare l’eccellenza, dove ci sono atti, fatti e comportamenti da eliminare, ma non ha ovviamente la capacità e soprattutto il potere per cambiare; a questo ci deve pensare lo Stato che ha il preciso dovere di provvedere all’istruzione ed alla crescita culturale del paese.

Ecco perché lo Stato attraverso i suoi strumenti di governo deve analizzare e spiegare preventivamente i percorsi che intende attuare per cambiare le cose che non vanno e che sono riconosciute anche dal mondo della scuola e dal ceto politico, con i quali è necessario però confrontarsi per la buona riuscita del cambiamento.

Invece il Governo Berlusconi, con il vecchio assioma, maggioranza-decisione-effetto, nasconde invece, o vorrebbe nascondere, i risultati che non sono, alla fine della fiera, per nulla coincidenti agli obiettivi dati e promessi.

Qui non si tratta di sentirsi, se pur maggioritari, sotto tutela, ma proprio perchè maggioritari, forti delle proprie certezze, si dovrebbe avere la serenità di sostennere la bontà delle proprie idee e proposte.

Apparentemente quindi sembra una azione di razionalizzazione per eliminare sprechi e contenere la spesa, ma in realtà sono tanti piccoli elementi (che fanno una valanga) che prefigurano risultati di tutt’altro genere soprattutto nella scuola superiore e nell’università.

Innanzitutto se si vuol affrontare seriamente il mondo scolastico il Governo in carica, come qualsiasi altro, deve pensare all’oggi e soprattutto al domani per cui non mi risulta assolutamente che abbia preventivato quanti saranno gli studenti di ogni ordine e grado che, nei prossimi dieci anni per esempio, avranno necessità di istruzione e conseguentemente che ampiezza dovrà avere il corpo docente; sulle proprie decisioni va tenuto conto quindi se le previsioni saranno di crescita, di decrescita o stabili.

L’analisi andrà diversificata – oltre che per località - ulteriormente soprattutto per le superiori e l’università dove gli indirizzi sono legati alla scelta degli studenti stessi secondo le loro aspettative ed orientamenti culturali e didattici; la cosa non è facile, ma questo è proprio il mestiere di chi gestisce il Ministero della Pubblica Istruzione, ricordando però che non si può arrogare il diritto di predeterminare i traguardi didattici da perseguire ( più ragionieri che ingegnieri, più architetti che informatici, ecc o viceversa) .

Quindi se si decide che il tour over riguarderà solo il 20% degli insegnanti che andranno in pensione e questo corrisponde ad una futura e prossima minor necessità d’istruzione per un calo vistoso degli studenti, questo va detto a chiare lettere; se invece si risponde che non ci possiamo permettere una spesa simile, ciò sta a significare che pur al netto di accorpamenti in classi più numerose, lo scopo in realtà è quello di abbassare la qualità dell’istruzione già a partire dalle scuole elementari.

L’obbiettivo non è la migliore qualità della scuola, ma la diminuzione dei costi con meno insegnanti, con l’eliminazione del tempo pieno, con l’introduzione del maestro prevalente e con classi – conseguentemente - con formazioni “oceaniche” e didatticamente ingovernabili.

Inutile dire che le migliori basi formative (ed educative) partono proprio dalla scuola elementare per cui fare errori a questo livello significa rendere più fragili le formazioni successive (medie e università) mancando clamorosamente all’obbiettivo di una migliore scolarità e di una migliore preparazione dei futuri lavoratori.

Aggiungo poi che se queste sono le prospettive, le famiglie italiane cominceranno a farsi qualche conto in tasca e chi potrà ricorrerà alla scuola privata ed ancora una volta si sostituirà l’opportunità con il merito.

E’ pur vero che “con meno di fa di più” (o la necessità aguzza l’ingegno), ma i cambiamenti non possono essere radicali; non vanno trattati con freddezza, ma vanno divulgati, discussi, spiegati coinvolgendo il mondo della scuola per condividere obiettivi che devono essere convincenti; la stessa riforma Moratti, in molti tratti non pienamente condivisibile, è entrata in funzione dopo una ampia e lunga divulgazione e discussione e non nel giro di qualche giorno (o di qualche ora come nel caso della legge finanziaria di Tremonti).

Nel settore universitario, proprio con i pesanti tagli della Finanziaria e con l’introduzione della trasformazione degli atenei in fondazioni si vuole accelerare il progetto di rinunciare da parte dello Stato in primo luogo al proprio dovere e in secondo luogo di ridurre nei fatti l’accesso al mondo universitario.

E’ vero che ci sono troppe università, troppe facoltà e troppi indirizzi, che esiste e persiste la baronia, ma pensare che “tagliando i viveri” tutto si aggiusti e si trovino percorsi virtuosi e l’efficienza è pura demagogia (ingenuità strumentale).

Riguardo la baronia universitaria, nonostante le grandi contestazioni del passato, non è stata debellata perché i suoi comportamenti (nepotismo, clan ristretti, favoritismi, ecc) non sono certo diversi da quelli numerosi della restante società civile dove le camarille e le furbizie spopolano, dove gli sprechi sono numerosi, dove il ceto politico dal Parlamento agli enti locali non sempre è perla di integrità e correttezza.

Voler far fare quindi il “lavoro sporco”ai privati tramite le fondazioni, servirà a poco: sostituiremo le baronie pubbliche con quelle private e non è assolutamente detto che la qualità aumenterà; soprattutto chiuderemo di parecchio l’accesso alle università raggiungendo il grande obiettivo di ridurre la quantità dei prossimi laureati.

Splendido: oggi i neorauleati non trovano facilmente lavoro stabile ed addirittura emigrano; domani chiuderemo o apriremo gli accessi a seconda del bisogno, ricorrendo magari a neolaureati di altri paesi, mentre i nostri giovani staranno a far la calzetta.

Il mondo universitario invece va affrontato invece in altro modo (sempre con l’obbiettivo di contenere o ridurre i costi): oltre all’autonomia economica va introdotto il controllo – preventivo – delle iniziative degli atenei; ci si è mai domandati perché sono aumentate università, facoltà ed indirizzi di studio ?

Tutto questo non è nato perché sollecitato dalle esigenze della società civile, ma perché questa proliferazione faceva comodo alle politiche di sviluppo del territorio per ricercare consenso politico, scardinando ed addomesticando la riforma universitaria del 1999 (sia chiaro: questa tigre l’hanno cavalcata un po’ tutti).

Qui si che si può far molto partendo da possibili accorpamenti per ridurre il numero delle università, delle facoltà e degli indirizzi di laurea; programmando struttura didattica e piani di studio perché queste sono le cause che hanno prodotto la crescita esponenziale dei costi.

Per la ricerca vanno ricercati canali di collegamento con la struttura economica del paese o del territorio (come in Germania) perché ci sia simbiosi tra ricerca ed applicazione, dove l’una influenza l’altra e viceversa e dove si possono trovare anche risorse aggiuntive.

Se invece si continua per la strada vecchia ecco che si alimentano le storture della baronia universitaria dove la potenza del barone è costituita dal numero di ricercatori ( più sono meglio è) incrementando una auto referenzialita’ a detrimento di altri comparti didattici dove la ricerca invece dovrebbe e potrebbe essere potenziata.

Tornando alle manifestazioni quindi la gente ha perfettamente capito che non crede assolutamente alle enunciazioni del governo che ha parole sostiene di agire per una Scuola d’eccellenza, mentre in realtà sta’ operando per una Scuola esclusiva e d’elite.

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