sabato, maggio 03, 2008

LE “RIVOLUZIONI” ELETTORALI IN ITALIA E GRAN BRETAGNA

In questi giorni possiamo rilevare che sia in Italia che in Gran Bretagna si stanno o si sono attuate delle svolte epocali a dimostrazione he non è del tutto vera la storica frase del nostro Giulio Andreotti, Senatore emerito della Repubblica, ebbe a dire un tempo: “ il potere logora chi non ce l’ha!”

Infatti in Spagna e Germania chi rincorreva il premier ed il partito di governo in carica ha guadagnato la maggioranza (in Francia possiamo riscontrare forse l’unica eccezione) ed ora in Italia e in Gran Bretagna (anche se si tratta di elezioni amministrative) sta avvenendo la stessa identica cosa.

Capire se questo sta avvenendo per meriti delle passate opposizioni o per demeriti delle maggioranze uscenti è forse la cosa più importante per analizzare veramente le cause e per allestire quindi strategie che portino a riguadagnare consensi e maggioranze nei prossimi anni.

In realtà le cause sono imputabili ad entrambi gli schieramenti, ma per chi perde deve necessariamente essere messo sotto la lente di ingrandimento prima di tutto il proprio operato.

E’ infatti con l’autocritica che si affrontano luci ed ombre e si possono ricercare idee, strategie, programmi che possano rigenerarci e permetterci di riproporci come credibile forza di alternanza.

E’ fuor di dubbio che l’elettorato, qualsiasi elettorato dei paesi europei, crede sempre meno alle ideologie, alle differenziazioni tra destra e sinistra, ma crede, e lo ha dimostrato ancora una volta, ai fatti dimostrati e alla credibilità che si ha per i fatti da dimostrare.

Le elezioni in Italia hanno dimostrato che l’elettorato non crede più ad un arco costituzionale pletorico, portatore di tante idee, ma anche di tanto immobilismo, non crede più a schieramenti statici che restino ingessati nel tempo ed ha punito quindi severamente la amministrazione uscente che non ha dimostrato determinazione e coesione, premiando chi invece, a torto o a ragione, dimostrerà il futuro prossimo di saper dare o meno un cambiamento radicale al paese.

Chi governa infatti ha sempre due obiettivi: il primo è quello di attuare ciò che ha promesso ed il secondo quello di sapersi rigenerare, saper trovare quindi al suo interno la forza di concretizzare gli obbiettivi che si è dato e nello stesso tempo l’affidabilità che questa azione si possa sviluppare anche nel futuro, con gli stessi uomini o con nuove leve.

Il progetto politico dell’ Ulivo prima e dell’Unione poi non si è completamente sviluppato perché non si sono eliminati vecchi schemi, vecchi idealismi che sapevano di stantio e sono apparsi quindi sia nello sviluppo politico, sia in prospettiva, come elemento di fragilità e di instabilità ad una opinione pubblica che invece ha bisogno di chiarezza e di certezza.

La nascita del Partito Democratico, se ce ne fosse stato il tempo, avrebbe accelerato questo processo perché avrebbe costretto anche la sinistra radicale ad una scelta analoga timidamente iniziata con La Cosa Rossa, ma le elezioni anticipate hanno circoscritto l’area elettorale del Partito Democratico e letteralmente liquefatto la presenza parlamentare di Sinistra Arcobaleno.

Quest’ultima ha cavalcano ancora vecchi slogan solo un po’ ringiovaniti che non convincono più nessuno: la lotta di classe è stata strapersa visto che dal 1983 al 2005 in Italia i profitti delle imprese sono passati dal 23% a 31% del Pil (fenomeno del tutto comune a quasi tutti i paesi industrializzati) per cui sono altri i percorsi, altri i progetti, altri i programmi da mettere in campo per creare ricchezza e maggior equità.

La perdita dell’amministrazione comunale di Roma, dopo 15 anni e dopo solo due anni dalla vittoria plebiscitaria del 2006, ne è la riprova: per generare convergenze su una alleanza che si propone di governare non si può più parlare in termini di classi o ceti sociali perché abbiamo visto che questi si scompongono senza tanti problemi per addensarsi intorno a partiti, a programmi e a leaders che generino affidabilità nel dare risposte a problemi concreti.

Non si comprende infatti perché Walter Veltroni nel 2006 abbia trovato la maggior forza per raggiungere quel grande risultato con i voti di tutti i quartieri soprattutto popolari e questa volta Francesco Rutelli abbia perso attraendo soprattutto i voti dei soli quartieri storici del centro città.

La questione sicurezza è stato un buon cavallo di battaglia un po’ ovunque, sia per le elezioni amministrative che per quelle politiche, ma resta il fatto che chi aveva l’amministrazione uscente in mano non ha saputo, non ha voluto, non ha potuto gestirla con soddisfazione per le varie comunità ed ora è stata punita severamente: troppo comodo prendersela con l’elettorato che nonavrebe capito o che si sarebe fatto abbindolare da facili promesse.

Questa volta il processo di rigenerazione, di ripartenza, andrà fatto con il cuore in mano, prestando attenzione a quanto faranno o non faranno le amministrazioni vincenti, capendo i malumori e le aspettative frustrate della gente e su questo costruire un modello politico che si possa riproporre in futuro spero molto prossimo come valida alternativa.

C’è molta da lavorare senza reticenze e senza sconti, perché in queste elezioni politiche si è disperso un patrimonio enorme, l’11% di elettorato rappresentato dalle preferenze ottenute nel 2006 dai partiti della Sinistra Arcobaleno, che va recuperato, ma a questo punto c’è da domandarsi, visto il tempo che ci aspetta, se non varrà la pena di liberarsi definitivamente di vecchi orpelli e procedere ad una aggregazione sotto un stesso partito di un’area ben più ampia, con grande peso specifico da giocare nella prossima tornata elettorale (eliminando una buona volta la sindrome da scissione che come una maledizione segue la vita della sinistra italiana).

I partiti della nuova maggioranza di governo, è fuor di dubbio, hanno saputo sin dall’aprile 2006 saper giocare sapientemente di rimessa e in questa campagna elettorale (anche quella municipale di Roma) hanno saputo attrarre le peculiarità territoriali, giocando sulle insoddisfazioni che il governo uscente, pur con ottimi risultati, non ha saputo eliminare.

L’autonomia del Nord ha fatto breccia ovunque, presso tutti i ceti sociali, in tutte le comunità e quella del Sud altrettanto, riproponendo un modello autonomista nuovo di zecca, che ha saputo proporsi come novità su tutti i competitori storici, di sinistra, di centro e di destra.

Alleanza Nazionale è riuscita a sdoganarsi dalla sua storia ancora meglio di quanto non sia stata capace la sinistra storica: è vero che quest’ultima già da molti anni ha assunto numerosi ruoli istituzionali, ma è questo un percorso non completamente compiuto, se si esclude il breve governo di Massimo D’Alema, sintetizzato dal " lavoro ai fianchi" usano anche questa volta da Berlusconi in campagna elettorale e in legislatura .

Uno degli slogan più azzeccati è stato quello di accusare la sinistra di "incapacità a governare per storiche riserve mentali" e la maggioranza uscente ha fatto di tutto per non smentirla con fatti ed atti realmente convincenti.

Forza Italia con il suo demiurgo Berlusconi è stato il collante, l’unificatore di tanti mal di pancia, di tanto malcontento che serpeggia, a torto o ragione, nell’opinione publica ed il risultato è arrivato per noi cocente.

Quello che avverrà non sì può prevedere, ma c’è forte il timore che pur con queste maggioranze il nuovo Governo non faccia tesoro delle esperienze negative del passato.

L’ Italia è una società assai composita con attese, aspettative talvolta contraddittorie (più sicurezza e più libertà, più servizi e meno tasse, ecc) delle quali si rende certo conto, ma sulle quali cerca d mantenere il punto.

Occorrerebbe all’ Italia una politica decisa a trasformare radicalmente (come è avvenuto in Gran Bretagna negli ultimi decenni) il paese, ma per questo ci vuole appunto decisione ed anche accettazione che le varie componenti della nostra comunità sembrano non voler accogliere: lo vediamo da anni per la questione Alitalia, l’abbiamo visto per Telecom, per Aeroporti di Roma, per Malpensa e per tanti altri casi.

L’imprenditoria nostrana che ha saputo incrementare i propri profitti dell’ 8% sul Pil in 22 anni, mantiene ancora vecchi vizietti, soprattutto la grande imprendoria che entra ed è entrata in operazioni di privatizzazione non per mettere a disposizione il proprio background per migliorare le imprese sotto il profilo della redditività, della crescita occupazionale, dei migliori servizi a minor costo, ma per sostituirsi semplicemente al monopolio pubblico, utilizzando la leva finanziaria (denaro a prestito) anziché il capitale di rischio, finalizzato più al business finanziario che a quello industriale.

Le elezioni Amministrative in Gran Bretagna segnano una battuta dei Laburisti ancora più cocente di quella patita nel 1994 dai Conservatori di Mayor.

E’ forse troppo presto per trovare motivazioni plausibili, ma da questi primi giorni appare evidente che il partito Laburista ha perso la spinta propulsiva guadagnata con Tony Blair nel 1994.

E’ evidente che il Labour non ha saputo rigenerarsi, non ha saputo ringiovanirsi e riproporsi come partito ancora una volta affidabile; questo riguarda tante amministrazioni locali ed anche quella metropolitana di Londra condotta da Livingstone.

Chi rincorre, i Tories, ha giocato sugli errori di chi governa, sul minor appeal presso l’elettorato, sulle sue attese sempre meno soddisfatte, ma ha anche saputo rinnovarsi profondamente facendo emergere una classe dirigente giovane, meno paludata e pragmatica.

Per le elezioni politiche del prossimo anno la situazione non si presenta per nulla rosea, per il Labour, visto che è stato superato anche dai Liberal, da decenni fanalino di coda dei partiti parlamentari anglosassoni.

Anche qui le similitudini con l’Italia si sprecano perché le caratterizzazioni di questi partiti si sono nel tempo stinte ed il partito dei Conservatori non è più il partito della sola nobiltà (che nel Regno Unito conta quanto la Chiesa Cattolica, senza offesa naturalmente) ed ecco perché ha ottenuto maggioranza di consensi puntando a soddisfare le aspettative e le angosce insoddisfatte dell’elettorato, che guarda sempre meno al fatto che il leader sia un nobile o meno.

Le difficoltà di gestione ed integrazione ci sono per tutti quindi anche nel Regno Unito, che è appunto il regno unificato di tre monarchie e di metà Irlanda, che è la sede del Commonwealth, che gestisce etnie diverse derivanti dal suo secolare colonialismo e religioni che hanno creato non poche lacerazioni.

Eppure le maggioranze susseguitesi hanno saputo governare per un certo tempo questa realtà e a farla prosperare.

Margharet Thatcher ha saputo smontare uno stato sociale troppo costoso (ricordo uno zio che preferiva prendere il sussidio di disoccupazione molto vicino allo stipendio da lavoro), ma non ha saputo rilanciare il paese tanto che il reddito pro capite era inferiore a quello dell’Italia e giunse poi a far uscire drammaticamente la sterlina dallo Sme (insieme alla Lira l’ 11 settembre 1992).

Tony Blair seppe raccogliere fiducia e svecchiando il vecchio Labour seppe creare una politica economica “rivoluzionaria” che portò a tralasciare settori produttivi ormai maturi (ora l’industria automobilistica, dopo tanti giri, è finita in mani indiane) verso quelli ad alta innovazione sia tecnica che finanziaria ed ora dopo 13 anni di questa cura la ricchezza del paese e dei suoi sudditi è cresciuta (mentre dall’ 1983 a 2005 i profitti delle imprese sono in percentuale sostanzialmente stabile rispetto il Pil).

E’ fuor di dubbio che comunque questa politica abbia mantenuto o abbia generato margini di malcontento significativi nell’opinione pubblica (ha apprezzato l'intervento militare alle isole Granadine, ma non l'intervento in Iraq troppo allineato agli Usa) ed il cambio di testimone con Brown può averla amplificata, per l’incapacità di percepirla e soprattutto di modificarla.

Resta il fatto, del tutto simile all’ Italia, che l’elettorato del Regno Unito, non ha, per la maggioranza qualificata alcuna reticenza a cambiare “cavallo” se David Cameron saprà essere veramente convincente e soprattutto affidabile.

C’è forse ancora tempo per poter recuperare alle prossime elezioni politiche, ma resta il fatto che anche qui occorre una analisi sugli errori atti e soprattutto la formulazione di una proposta convincente che sia in grado di annullare abbondantemente lo svantaggio acquisito.

Diversamente il Labour dovrà andarsene in quarantena per rigenerarsi profondamente e ripresentarsi più credibile e convincente alla successiva tornata elettorale.


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